Eugenio BARBA il Paese della Nostalgia

Eugenio BARBA il Paese della Nostalgia

Prima parte di una nota di Eugenio Barba sulla sua poetica e sulla nascita dello spettacolo HAMLET’S CLOUDS


Il Quaderno di Nessuno  – Percorsi, genealogie, memorie e pratiche del teatro contemporaneo.

3166 iscritti / anno XXV,  n ° 123/4/5 – 1/2026  

Newsletter di Saggi, Letteratura e Documentazione Teatrale – Iscrizioni  // Archivio: leggi tutti i documenti sul teatro


Eugenio BARBA Il Paese della Nostalgia

Una riflessione sul teatro, la memoria, il viaggio e la genealogia di un mestiere che attraversa i decenni.

Eugenio BARBA  Il Paese della Nostalgia

Quaderno di Nessuno – Rivista  Iscrizioni – Con il permesso di: Eugenio Barba

Parte prima, parte seconda, parte terza


Nell’ottobre 2025 l’Odin Teatret diretto da Eugenio Barba ha rappresentato a Roma lo spettacolo HAMLET’S CLOUDS.

Ho avuto il piacere di essere invitato da Eugenio Barba e nel “programma di sala” c’era dapprima lo scenario e il montaggio testi ed a seguire l’interessante nota che riportiamo.

Nella parte iniziale della nota, di cui oggi pubblichiamo un ampio stralcio, Eugenio Barba ci introduce alla Sua poetica, al senso del fare teatro ed alla necessità di farlo.

Nel numero successivo del nostro “Quaderno” pubblicheremo la seconda parte.

Ringraziamo Eugenio Barba per il permesso alla pubblicazione.


 

Eugenio Barba – Il Paese della Nostalgia, parte prima

 

La nostalgia come essenza del mestiere

Un sentimento elusivo accompagna il nostro mestiere e la sua essenza ha nome nostalgia. Si manifesta in due varianti complementari: rivolgendosi al passato, rivivendolo, analizzandolo, combattendolo, rimpiangendolo o esecrandolo. E protendendosi verso il futuro come desiderio di cambiamento, ricerca, evasione, ambizione, brama di presenza, bisogno di scoprire ed essere scoperti. 

La doppia natura della nostalgia

Questa doppia natura della nostalgia caratterizza lo spettatore e l’attore.

Non è solo desiderio di rivivere qualcosa che si conosce o anelito verso una situazione imprevista di svago o riflessione. Rivela piuttosto il bisogno di un’altra vita. Il potere della finzione ci fa scivolare in un tempo atemporale e in uno spazio incommensurabile. Siamo testimoni di

La doppia natura della nostalgia

vicende altrui e, al contempo, dialoghiamo con una parte segreta di noi stessi. Siamo coinvolti in quello che avviene sulla scena, ma una parte intima di noi è “altrove”, in una realtà che solo la magia del teatro e la tecnica dell’attore sono in grado di evocare. E’ la misteriosa deliberata sospensione della nostra incredulità, secondo le parole di Coleridge. Differenti nostalgie e ossessioni si abbracciano e si fondono in un unico corpo nel più intimo di noi stessi.

“Il potere della finzione ci fa scivolare in un tempo atemporale e in uno spazio incommensurabile.”

Il corpo plurale del teatro

A volte questo corpo è plurale, composto da più individui che per decadi hanno intrecciato i loro giorni mediante un artigianato che li avvicina esaltando la loro diversità. Per un gruppo di teatro, il proprio passato può diventare una forza inerte o una tensione che rivitalizza. La saggezza di molte culture pone il passato davanti a noi, come una bussola per orientare il cammino. Il futuro è invece alle spalle, imprevedibile e sorprendente. Un passato in comune è una matassa di fili che a volte diventano incandescenti e rimangono tali per anni. Allora avviene il miracolo di un gruppo che rimane luminoso nonostante l’età imbianchi i capelli dei suoi componenti. Un turbine di nostalgia ci avvolge e abbiamo voglia di rincontrare questo gruppo, che si chiami Théâtre du Soleil, Atalaya, La Candelaria, Yuyachkani o Teatro Tascabile.

Nostalgie che non diventano realtà

Nostalgie che non diventano realtàNon tutte le nostalgie possono diventare realtà. Nell’epilogo della nostra vita ce ne rendiamo conto e pensiamo: poteva o può essere differente? Di questa domanda si nutre la nostalgia che serpeggia ancora nel mio lavoro quotidiano e nelle relazioni che esso obbliga a costruire. La nostalgia come fuga in avanti (l’utopia) o come riflessione all’indietro (il cinismo), il libro “aldilà del libro”, il teatro “aldilà del teatro” sono reazioni e pensieri insopprimibili, rinvigoriti dalla mia esperienza di emigrato che ha perso la lingua materna.

Per me il teatro è stato la conquista di una presenza, il diritto di poter dire e di poter tacere, rifugio e avventura, fantasia e buon senso, ponte e varco: attraversare il mare, raggiungere epoche e paesi distanti, persi nella storia o vicini nel presente, affrontare lo scivoloso guado da una cultura all’altra, abbracciare l’incomprensibile. Soprattutto incontrare individui e voci differenti.

Il fragile equilibrio del mestiere

So che il fragile equilibrio tra riconoscibilità e incomprensibilità può improvvisaente venire a mancare e che i miei passi rischiano di aappoggiarsi sul vuoto. Posso crollare in qualsiasi momento, banalizzare quel poco che credevo di aver raggiunto e perdere “il sogno”. Come rimanere guardiani del proprio cuore e trasformare in schegge di memoria luminosa ciò che è passeggero o le storie di fango, nobiltà e vigliaccheria che ci assediano e che esorcizziamo nei nostri spettacoli?

Quanti mutamenti durante questi sessant’anni dell’Odin Teatret! Prima della rivoluzione tutto era ispirazione. Dopo, tutto si è tramutato in pretesa.

Quando le nuvole fanno cambiare casa alle parole

All’inizio furono le nuvole. Apparvero nel marzo del 2023 in una stanza da pranzo trasformata in sala prove da me e dagli attori dell’Odin Teatret. Eravamo appena stati licenziati dal direttore del Nordisk Teaterlaboratorium, l’ambiente e l’istituzione che avevamo creato e sviluppato per più di cinquant’anni: un gruppo di attori senza più la casa che avevamo costruito.

Seduti un po’ dappertutto, mi ritrovavo con Else Marie Laukvik, fondatrice con me e Judy – mia moglie – dell’Odin Teatret in Norvegia nel 1964, i veterani Ulrik Skeel (dal 1969), Tage Larsen (dal 1971), Jan Ferslev (dal 1975), Julia Varley (dal 1976), Rina Skeel (dal 1985), e due giovani appena arrivati Antonia Cioaza e Jakob Nielsen (dal 2022).

Il viaggio come radice

Il nostro teatro viaggia, visita luoghi e contesti diversi. E’ importante non divenire schiavi di questo continuo spostarsi, di questo “mestiere del camminare” come lo chiamavano gli attori dei secoli scorsi. E’ importante contraddire il viaggio e trasformarlo nel paradosso di un movimento che mette radici. La fattoria al di fuori di Holstebro che avevamo trasformato nel 1966 in “laboratorio teatrale” era una delle mie radici.

Le origini del teatro come comunità

Gli storici raccontano che a Londra, tre giorni dopo il Natale del 1598, dopo una forte nevicata, i fratelli Burbage e i membri della loro compagnia diedero il primo esempio che il teatronon è un edificio, ma gli uomini e le donne che lo realizzano. Il proprietario del terreno dove i Burbage avevano costruito vent’anni prima The Theatre, il primo edificio adibito esclusivamente a spettacoli teatrali – aveva aumentato l’affitto in modo sproporzionato. Non riuscendo a trovare un accordo, i fratelli Burbage con i membri della loro compagnia The Lord Chamberlain’s Men – di cui Shakespeare era attore, autore e proprietario al 10% – smantellarono completamente l’edificio in una notte, caricarono i vari pezzi su zattere e lo trasportarono all’altra sponda del Tamigi nel nord di Londra, a Southwark, una zona paludosa e malsana. Lì acquistarono un terreno e costruirono The Globe, la cui storia divenne una delle origini di tutti noi che viviamo di questo mestiere.

Il sogno come radice del gruppo

E’ sempre stata una necessità imperiosa per me avere un luogo tutto mio per proteggere la mia libertà. E’ un riflesso condizionato della mia gioventù di emigrante. E’ sempre stato fondamentale per me possedere una modesta tenda da beduini dove ospitare il “sogno” che tiene unito un gruppo. Il “sogno” non è un obiettivo da raggiungere, un programma da realizzare, una dichiarazione di intenti. E’ piuttosto un’indescrivibile con-fusa nebulosa emotiva di qualcosa d’ essenziale. Questo essenziale è diverso per ognuno dei suoi componenti, qualcosa di incomunicabile che sprona a non desistere.

Non si agisce sugli esseri umani attraverso la logica e la conoscenza, ma attraverso l’esempio, la fiducia e l’empatia. Il “sogno” tesse legami nel gruppo radicati nel rigore quotidiano di un mestiere e il consenso individuale di un’auto-disciplina collettiva che rende uguali. Tutti danno il massimo secondo le loro possibilità e tutti ricevono lo stesso compenso. Il teatro è un microcosmo composto da pochi uomini e donne, ma può diventare una fortezza dove si possono salvaguardare i sogni e realizzarli. Quando in un gruppo muore il “sogno” riappare l’inegualità. Il gruppo non è una famiglia o una comune, ma una comunità di lavoro basata sull’uguaglianza. Ognuno ne è co-proprietario e co-autore. La terra appartiene a chi lavora.

 

Eugenio Barba – Il Paese della Nostalgia, parte seconda

 

Nel marzo 2023,

pur privo di dimorae abitando il nomadismo insieme ai compagni dell’ Odin Teatret, ero consapevole della vitalità che sgorga dalla tensione per un nuovo spettacolo. Le prove materializzano in modo tangibile il “sogno” di un gruppo. Il processo per condurlo alla vita è una sfida a se stessi e alle circostanze della propria biografia, al passato che ci offre le sue storie e alle condizioni del presente in cui viviamo.
Dopo più di sessant’anni di mestiere non potevo che ripetere le mie certezze attraverso le parole dello scrittore brasiliano Fernando Sabino:
 
Di tutto restano tre cose: la certezza che stiamo sempre iniziando, la certezza che abbiamo bisogno di continuare, la certezza che saremo interrotti prima di finire. Pertanto, dobbiamo fare: dell’interruzione un nuovo cammino, della caduta un passo di danza, della paura una scala, del sogno un ponte, della ricerca un incontro.

Racconta il tuo villaggio e racconterai il mondo.

Diceva Tolstoj. Iniziai la prima prova partendo dalla situazione precaria in cui io e i miei compagni ci trovavamo. La pazienza attiva è la qualità che permette di andare aldilà dell’intelligenza e trovare quello che non sai di cercare. Lasciai che l’istinto e l’esperienza individuassero il tema del nuovo spettacolo. Anche in questo consiste la creatività: decifrare e sfruttare le circostanze che il caso offre.
     Le nuvole sbucarono nella sala da pranzo di Ulrik e Rina quando chiesi a Jan di cantare una canzone come primo passo verso lo spettacolo di cui ignoravamo ancora tema e titolo. Con la sua voce delicata, accompagnato dalla chitarra, Jan intonò una melodia popolare danese dove una nuvola, nel cielo sereno, disegna ombre sul brulichio del mondo. Proposi di fare uno spettacolo sulle nuvole.
     Ognuno di noi si mise alla ricerca di poesie, musiche, quadri e testi che avessero a che fare con cirri e cumuli. Io seguivo l’associazione di un fiume, figlio delle nuvole, che nasce, cresce e sparisce nel mare. I fiumi abitano il mondo in forme differenti e ci suggeriscono che il futuro è ancestrale. Fantasticavo sulla loro potenza mitica, il Nilo e la sua civiltà o il Rio delle Amazzoni che sprizza da un ruscello delle Ande e genera un mondo acquatico con centinaia di affluenti. I fiumi alimentano le nuvole la cui pioggia restituisce loro dal cielo le acque che ritrovano la loro origine ed evaporano di nuovo. Cercavo di visualizzare queste metamorfosi in forma di nebbia, grandine, vapori, acquitrini e cascate: come articolarle in un racconto semplice ed esaltante che avesse un senso per me e per i miei spettatori?

Cogliere l’universale nel mutamento, diceva Goethe.

Per farlo bisogna saper fare, dominare una tecnica, far crescere il processo su due livelli complementari: uno diretto alla ragione che può perdere il filo della comprensione per poi trovarsi gratificata individuandone un altro. L’altro livello coinvolge il mondo sensoriale, il sistema nervoso, l’immaginazione e la dimensione ineffabile della nostra biografia individuale e di quella dello spettatore.
     Tage, esperto di Shakespeare su cui aveva preparato una masterclass-spettacolo, deragliò il flusso sconnesso dei miei pensieri in tutt’altra direzione. Citò il dialogo tra Amleto e Polonio, subito dopo il famoso monologo “essere o non essere” (atto terzo, scena 2):
 
Amleto: Vedete laggiù quella nuvola, sembra un cammello.
Polonio: Sacripante! E’ un cammello davvero!
Amleto: O forse somiglia a una donnola.
Polonio: Infatti, ha la forma di donnola.
Amleto: Non pare una balena?
Polonio: Tale e quale, una balena.
 

Cercai nell’Amleto le linee in cui Shakespeare parla di nuvole.

Le misi insieme e le usai come nucleo da cui sviluppare le prime scene di uno spettacolo la cui storia e il cui senso erano da scoprire durante le prove. E’ importante “umanizzare” il processo. Lo spettacolo cresce come una creatura vivente, con una coerenza e un ritmo tutto suo. E’ un feto che deve essere difeso, che ha già un’identità, e quindi deve ricevere subito un nome. Battezzai lo spettacolo in gestazione Le nuvole di Amleto. Così Shakespeare entrò nello spazio delle nostre prove e delle nostre menti. 
     E’ il processo intorno a un testo o a una storia reale o inventata a decidere. Sono le sue vicende a provocare le nostre reazioni e dobbiamo agire con cautela senza imporre la nostra volontà intrisa di pregiudizi. Non siamo noi a cercare le storie. Sono loro a bussare alla nostra porta, a convincerci ad accoglierle, a prenderci per mano e condurci nel loro mondo. Un certo tipo di processo creativo presume la rinuncia alle nostre propensioni e l’obbligo a seguire imprevisti, proposte astruse, malintesi e sbagli. Non è passività, cecità, o fede indolente nelle coincidenze. Seguo una storia ancora poco discernibile con tutti i miei sensi all’erta, come una madre segue i passi del bambino che apprende a camminare e ad aprirsi una strada in un mondo sconosciuto.
 

Eugenio Barba – Il Paese della Nostalgia, parte terza

IN PREPARAZIONE

 

Il Quaderno di Nessuno – Percorsi, genealogie, memorie e pratiche del teatro contemporaneo.

 

Potrebbero interessarti anche...