Eugenio BARBA il Paese della Nostalgia

Eugenio BARBA il Paese della Nostalgia (1)

Prima parte di una nota di Eugenio Barba sulla sua poetica e sulla nascita dello spettacolo HAMLET’S CLOUDS


Il Quaderno di Nessuno – 3166 iscritti / anno XXV,  n ° 123 – 1/2026

Newsletter di Saggi, Letteratura e Documentazione Teatrale – Iscrizioni  // Archivio: leggi tutti i documenti sul teatro


Eugenio BARBA  Il Paese della Nostalgia

Nell’ottobre 2025 l’Odin Teatret diretto da Eugenio Barba ha rappresentato a Roma lo spettacolo HAMLET’S CLOUDS.

Ho avuto il piacere di essere invitato da Eugenio Barba e nel “programma di sala” c’era dapprima lo scenario e il montaggio testi ed a seguire l’interessante nota che riportiamo.

Nella parte iniziale della nota, di cui oggi pubblichiamo un ampio stralcio, Eugenio Barba ci introduce alla Sua poetica, al senso del fare teatro ed alla necessità di farlo.

Nel numero successivoi del nostro “Quaderno” pubblicheremo la seconda parte.

Ringraziamo Eugenio Barba per il permesso alla pubblicazione.


Eugenio BARBA  Il Paese della Nostalgia

Un sentimento elusivo accompagna il nostro mestiere e la sua essenza ha nome nostalgia. Si manifesta in due varianti complementari: rivolgendosi al passato, rivivendolo, analizzandolo, combattendolo, rimpiangendolo o esecrandolo. E protendendosi verso il futuro come desiderio di cambiamento, ricerca, evasione, ambizione, brama di presenza, bisogno di scoprire ed essere scoperti. ……………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………

Questa doppia natura della nostalgia caratterizza lo spettatore e l’attore.

Non è solo desiderio di rivivere qualcosa che si conosce o anelito verso una situazione imprevista di svago o riflessione. Rivela piuttosto il bisogno di un’altra vita. Il potere della finzione ci fa scivolare in un tempo atemporale e in uno spazio incommensurabile. Siamo testimoni di vicende altrui e, al contempo, dialoghiamo con una parte segreta di noi stessi. Siamo coinvolti in quello che avviene sulla scena, ma una parte intima di noi è “altrove”, in una realtà che solo la magia del teatro e la tecnica dell’attore sono in grado di evocare. E’ la misteriosa deliberata sospensione della nostra incredulità, secondo le parole di Coleridge. Differenti nostalgie e ossessioni si abbracciano e si fondono in un unico corpo nel più intimo di noi stessi.

A volte questo corpo è plurale, composto da più individui che per decadi hanno intrecciato i loro giorni mediante un artigianato che li avvicina esaltando la loro diversità. Per un gruppo di teatro, il proprio passato può diventare una forza inerte o una tensione che rivitalizza. La saggezza di molte culture pone il passato davanti a noi, come una bussola per orientare il cammino. Il futuro è invece alle spalle, imprevedibile e sorprendente. Un passato in comune è una matassa di fili che a volte diventano incandescenti e rimangono tali per anni. Allora avviene il miracolo di un gruppo che rimane luminoso nonostante l’età imbianchi i capelli dei suoi componenti. Un turbine di nostalgia ci avvolge e abbiamo voglia di rincontrare questo gruppo, che si chiami Théâtre du Soleil, Atalaya, La Candelaria, Yuyachkani o Teatro Tascabile.

Non tutte le nostalgie possono diventare realtà.

Nell’epilogo della nostra vita ce ne rendiamo conto e pensiamo: poteva o può essere differente? Di questa domanda si nutre la nostalgia che serpeggia ancora nel mio lavoro quotidiano e nelle relazioni che esso obbliga a costruire. La nostalgia come fuga in avanti (l’utopia) o come riflessione all’indietro (il cinismo), il libro “aldilà del libro”, il teatro “aldilà del teatro” sono reazioni e pensieri insopprimibili, rinvigoriti dalla mia esperienza di emigrato che ha perso la lingua materna. Per me il teatro è stato la conquista di una presenza, il diritto di poter dire e di poter tacere, rifugio e avventura, fantasia e buon senso, ponte e varco: attraversare il mare, raggiungere epoche e paesi distanti, persi nella storia o vicini nel presente, affrontare lo scivoloso guado da una cultura all’altra, abbracciare l’incomprensibile. Soprattutto incontrare individui e voci differenti. So che il fragile equilibrio tra riconoscibilità e incomprensibilità può improvvisaente venire a mancare e che i miei passi rischiano di aappoggiarsi sul vuoto. Posso crollare in qualsiasi momento, banalizzare quel poco che credevo di aver raggiunto e perdere “il sogno”. Come rimanere guardiani del proprio cuore e trasformare in schegge di memoria luminosa ciò che è passeggero o le storie di fango, nobiltà e vigliaccheria che ci assediano e che esorcizziamo nei nostri spettacoli?

Quanti mutamenti durante questi sessant’anni dell’Odin Teatret! Prima della rivoluzione tutto era ispirazione. Dopo, tutto si è tramutato in pretesa.

Quando le nuvole fanno cambiare casa alle parole

All’inizio furono le nuvole.

Apparvero nel marzo del 2023 in una stanza da pranzo trasformata in sala prove da me e dagli attori dell’Odin Teatret. Eravamo appena stati licenziati dal direttore del Nordisk Teaterlaboratorium, l’ambiente e l’istituzione che avevamo creato e sviluppato per più di cinquant’anni: un gruppo di attori senza più la casa che avevamo costruito.

Seduti un po’ dappertutto, mi ritrovavo con Else Marie Laukvik, fondatrice con me e Judy – mia moglie – dell’Odin Teatret in Norvegia nel 1964, i veterani Ulrik Skeel (dal 1969), Tage Larsen

(dal 1971), Jan Ferslev (dal 1975), Julia Varley (dal 1976), Rina Skeel (dal 1985), e due giovani appena arrivati Antonia Cioaza e Jakob Nielsen (dal 2022).

Il nostro teatro viaggia, visita luoghi e contesti diversi.

E’ importante non divenire schiavi di questo continuo spostarsi, di questo “mestiere del camminare” come lo chiamavano gli attori dei secoli scorsi. E’ importante contraddire il viaggio e trasformarlo nel paradosso di un movimento che mette radici. La fattoria al di fuori di Holstebro che avevamo trasformato nel 1966 in “laboratorio teatrale” era una delle mie radici.

Gli storici raccontano che a Londra, tre giorni dopo il Natale del 1598, dopo una forte nevicata, i fratelli Burbage e i membri della loro compagnia diedero il primo esempio che il teatronon è un edificio, ma gli uomini e le donne che lo realizzano. Il proprietario del terreno dove i Burbage avevano costruito vent’anni prima The Theatre, il primo edificio adibito esclusivamente a spettacoli teatrali – aveva aumentato l’affitto in modo sproporzionato. Non riuscendo a trovare un accordo, i fratelli Burbage con i membri della loro compagnia The Lord Chamberlain’s Men – di cui Shakespeare era attore, autore e proprietario al 10% – smantellarono completamente l’edificio in una notte, caricarono i vari pezzi su zattere e lo trasportarono all’altra sponda del Tamigi nel nord di Londra, a Southwark, una zona paludosa e malsana. Lì acquistarono un terreno e costruirono The Globe, la cui storia divenne una delle origini di tutti noi che viviamo di questo mestiere.

E’ sempre stata una necessità imperiosa per me

avere un luogo tutto mio per proteggere la mia libertà. E’ un riflesso condizionato della mia gioventù di emigrante. E’ sempre stato fondamentale per me possedere una modesta tenda da beduini dove ospitare il “sogno” che tiene unito un gruppo. Il “sogno” non è un obiettivo da raggiungere, un programma da realizzare, una dichiarazione di intenti. E’ piuttosto un’indescrivibile con-fusa nebulosa emotiva di qualcosa d’ essenziale. Questo essenziale è diverso per ognuno dei suoi componenti, qualcosa di incomunicabile che sprona a non desistere. Non si agisce sugli esseri umani attraverso la logica e la conoscenza, ma attraverso l’esempio, la fiducia e l’empatia. Il “sogno” tesse legami nel gruppo radicati nel rigore quotidiano di un mestiere e il consenso individuale di un’auto-disciplina collettiva che rende uguali. Tutti danno il massimo secondo le loro possibilità e tutti ricevono lo stesso compenso. Il teatro è un microcosmo composto da pochi uomini e donne, ma può diventare una fortezza dove si possono salvaguardare i sogni e realizzarli. Quando in un gruppo muore il “sogno” riappare l’inegualità. Il gruppo non è una famiglia o una comune, ma una comunità di lavoro basata sull’uguaglianza. Ognuno ne è co-proprietario e co-autore. La terra appartiene a chi lavora.

Potrebbero interessarti anche...

Seminario Teatrale PERSONAGGIO

Roma San Paolo 7 - 8 Febbraio 2026 10 ore di lavoro – ISCRIZIONI


Grotowski azioni realistiche

VIDEO presentazione di questo seminario teatrale diretto e condotto da Sandro Conte

Com’è e come cammina il mio Romeo? E Giulietta come modula la voce, come ride o piange ? 

Un percorso da Stanislavskij a Grotowski e all’ Odin Teatret di Eugenio Barba

 

ISCRITTI 6, posti ancora disponibili 6 – ISCRIZIONI

 

Questo si chiuderà in 20 secondi