GOMBROWICZ Witold

Witold GOMBROWICZ

(Maloszyce – Polonia, 1904 – Vence, Provenza, 1969)

Witold Gombrowicz

Witold Gombrowicz

Tra le opere:

GOMBROWICZ: Ferdydurke, Bakakaj, Pornografia, Iwona Principessa di Borgogna, Il Matrimonio,

Operetta.


IN QUESTA PAGINA: Biografia   –   La filosofia di Gombrowicz


Witold GOMBROWICZGOMBROWICZ : biografia

Si laurea in giurisprudenza all’università di Varsavia, in seguito filosofia ed economia a Parigi. Tornato a Varsavia, collabora a riviste letterarie come critico. Nel 1939 lo scoppio della guerra sorprende Gombrowicz in Argentina, dove rimane fino al 1963, per risiedere in seguito a Berlino, Parigi e Vence. L’attività drammaturgica di Gombrowicz è strettamente legata a quella di scrittore di romanzi come Ferdydurke (1937) e Bakakaj (1957), incentrati sul tema dello smascheramento dei modelli di comportamento sociale, o come Pornografia (1960), dove il protagonista-narratore si assume esplicitamente una funzione registica. Autore affascinato da ciò che accade tra gli uomini, dai problemi della forma e della immaturità, Gombrowicz sembra essere stato naturalmente predestinato alla scrittura dialogica e teatrale: «tutta la mia opera artistica – è lui stesso a spiegarlo – tanto i romanzi quanto i racconti, è teatro. In ognuna delle mie opere è possibile trovare un regista che organizza l’azione, i miei personaggi indossano maschere, il mio modo grottesco di espressione assume una certa plasticità». D’altra parte, il carattere demistificatorio della sua Weltanschauung, l’attenzione maniacale per i cerimoniali e i rituali formalizzanti l’esistenza umana non potevano che spingerlo verso le forme teatrali più convenzionali: la farsa e l’operetta. «Se ho voluto affrontare una forma così leggera è stato per controbilanciarla e perfezionarla con la serietà e il dolore», è la spiegazione dello stesso G. Ivona, principessa di Borgogna , pubblicata su “Skamander” nel 1938 e rappresentata nel 1958, è un’opera a tesi che sembra anticipare l’esistenzialismo sartriano. La comparsa di Ivona alla corte reale è un apologia sul «desiderio di uccidere il ridicolo che vive in noi» (J. Pomianowski). La pièce è strettamente legata ai postulati filosofici di Gombrowicz, per il quale la vita fluisce tra gli estremi di una forma sclerotizzata e agonizzante da una parte e di un caos informe dall’altra, e dove l’unico fattore progressivo è l’immaturità, una `inferiorità’ carica di energia, qui rappresentata da Ivona, `elemento di contraddizione’ con la sua sgraziata goffaggine. Il matrimonio (1957, rappresentato nel 1974) è stato concepito come una trascrizione di un sogno e insieme una parodia delle tragedie shakespeariane: la pièce ha una struttura onirica dove il piano più alto del linguaggio si contamina con il lessico più volgare, e nell’ambito della trama gli avvenimenti più triviali si intrecciano ad accadimenti mortalmente seri. Eventi e personaggi sono caratterizzati da un’esibita artificialità. Nelle stesse parole dell’autore «tutte queste persone recitano sempre», tutti fingono di essere se stessi e mentono per dire la verità, mossi dall’unico – inconfessato – desiderio di dominare. Ogni cultura, infatti, non è altro che un insieme di rituali che hanno lo scopo di formalizzare in una messa in scena la lotta per la sopravvivenza. Dopo aver così ferocemente tratteggiato l’obbligo socio-culturale delle convenzioni, in Operetta (1969) Gombrowicz celebra l’apoteosi della nudità, simbolo di verità, sincerità, semplicità. Deciso a trasmettere attraverso la pochezza intellettuale dell’operetta il pathos della storia, Gombrowicz descrive in Operetta nient’altro che l’apocalisse, il crollo del vecchio mondo, la rivoluzione, l’insorgere di un mondo nuovo e terribile. Da un punto di vista della personale filosofia di Gombrowicz («non credo in una filosofia non erotica, in un pensiero che si libera dal sesso»), si tratta della fine di un percorso: alla sostituzione della convenzionalità della forma con la nudità da segni e orpelli corrisponde il trionfo, a lungo negato, del giovane sul vecchio, dell’universale sul nazionale, del sogno sull’ideologia. Anticipatrice dell’esistenzialismo, l’opera teatrale di Gombrowiczse ne distanzia per l’esibito scetticismo e un certo anarchismo, ma soprattutto per la forma espressiva, per il suo carattere parodistico, per il suo senso del grottesco e dell’umorismo, che ne hanno decretato un successo pressoché ininterrotto sulle scene di tutto il mondo.


Witold GOMBROWICZLa Filosofia di GOMBROWICZ

di Daniela Del Medico (che ringraziamo per il permesso alla pubblicazione) da www.lisoladeltesoro.com;

La filosofia è la chiave per rileggere e comprendere tutta l’opera narrativa, teatrale e diaristica di Witold Gombrowicz. La filosofia rappresenta, infatti, insieme alla letteratura il suo interesse principale. A Buenos Aires tenne lezioni su Heidegger al circolo degli Amigos del Arte. Nel 1969 a Vence, devastato dalla malattia ai polmoni che lo accompagnava fin dall’adolescenza, tenne un Corso di filosofia in sei ore e un quarto alla moglie Rita Labrusse e a Dominique de Roux. L’idea di questo corso venne a de Roux che si era accorto di come soltanto la filosofia riuscisse a distrarlo dalla malattia. Il Corso di filosofia in sei ore e un quarto  è la personale ricostruzione operata da Gombrowicz del pensiero dei filosofi che hanno dato vita alla filosofia del nostro secolo. L’obiettivo di Gombrowicz era quello di ricostruire una sorta di genealogia dell’esistenzialismo. La sua opera, infatti, si trova sin dall’inizio all’incrocio di due delle principali correnti di pensiero del ventesimo secolo: la psicoanalisi e l’esistenzialismo. Nel 1935, quando stava iniziando a scrivere Ferdydurke, Gombrowicz recensì entusiasticamente la traduzione della Introduzione alla psicoanalisi di Sigmund Freud, mentre gran parte della cultura polacca, cattolica e marxista, ne respingeva con orrore le tesi. Ma dopo la guerra Gombrowicz sembra prendere le distanze dalla psicoanalisi in nome della letteratura: «La psicoanalisi non può dar nulla alla nostra sensibilità perché ci tratta come oggetti: e quando si fa della letteratura si è soggetti, si opera. L’enorme differenza è questa. Al giorno d’oggi continuiamo a vivere nell’antinomia fondamentale tra soggetto e oggetto».
Le idee filosofiche di Gombrowicz si trovano espresse nel Diario che scrisse tra il 1953 e il 1968. Il suo è un diario di idee in cui chiarisce costantemente il suo pensiero. In un certo senso è vicino a Montagne che ragiona su se stesso e contemporaneamente osserva il mondo intorno a lui.
Il primo romanzo di Gombrowicz, Ferdydurke, pubblicato nel 1937, è una singolare mistura di racconto e saggio filosofico. I temi dell’immaturità e dell’infantilismo in esso presenti e trattati per la prima volta nella letteratura europea con tanta profondità e sarcasmo, costituiscono il primo nucleo della filosofia di Gombrowicz. Secondo lo scrittore, l’immaturità era la categoria più efficace per definire le condizioni dell’uomo moderno che egli vedeva come un individuo infantile, felice di gettarsi nelle braccia di totalitarismi e ideologie a buon mercato che lo infantilizzavano ancora di più. L’infantilismo e l’immaturità sono strettamente legati al problema della Forma, centrale nella visione del mondo di Gombrowicz. Secondo lo scrittore, caratteristica dell’umanità è il suo incessante bisogno di formarsi: l’uomo è in rapporto costante con gli altri uomini, è sottoposto continuamente alla pressione della presenza altrui. In queste condizioni la Forma va intesa nel suo duplice significato di maschera che gli altri ci impongono e di comportamento al quale ci conformiamo da soli per essere accettati. In tutte le sue opere Gombrowicz si oppone alla forma e si propone di combatterla con tutte le sue forze. Vorrebbe tornare alla Natura, ma il “tornare” (tensione che si esprime soprattutto attraverso il sesso) non è più possibile. Si rende conto che la realtà effettiva dell’essere umano è qualcosa di irrimediabilmente perduto: dietro la maschera delle forme c’è un uomo sfigurato dalla mancanza d’aria e dall’abitudine.
Gombrowicz si sentiva il precursore dell’esistenzialismo tanto da sostenere baldanzosamente di aver anticipato Sartre. L’etre et le néant (1943) conteneva molte delle intuizioni che Gombrowicz aveva avuto anni prima scrivendo Ferdydurke e cioè l’idea dell’incompletezza e della non autenticità dell’uomo. Nel suo Diario 1953-1956, infatti, Gombrowicz scrive: «Ferdydurke è esistenziale fino all’inverosimile. […] Lo è perché l’uomo che viene creato dagli uomini e gli uomini che si formano a vicenda, costituiscono appunto l’esistenza e non l’essenza. Ferdydurke raffigura l’esistenza nel vuoto, ossia nient’altro che l’esistenza. Ecco perché in questo libro suonano fortissimo quasi tutti gli argomenti esistenziali di primo piano, come: il divenire, il formarsi, la libertà, la paura, l’assurdità, il nulla… Con questa differenza, però: qui si aggiunge una nuova “sfera” della vita umana a quelle tipiche dell’esistenzialismo – ossia la vita banale e autentica di Heidegger, la vita estetica, etica e religiosa di Kirkegaard o infine le “sfere” di Jaspers – la nuova sfera è la “sfera dell’immaturità”. Questa sfera, o meglio “categoria”, è il contributo della mia esistenza privata all’esistenzialismo. E diciamo subito: è proprio ciò che mi allontana soprattutto dall’esistenzialismo classico. Per Kirkegaard, Heidegger e Sartre, più profonda è la coscienza e più autentica sarà l’esistenza. Essi misurano la sincerità e l’essenzialità della vicissitudine con la tensione della coscienza. Ma la nostra appartenenza all’umanità è davvero costruita sulla coscienza? La coscienza, quella tesa, estrema coscienza, non nasce forse tra di noi, piuttosto che da noi – come risultato di uno sforzo, di un mutuo perfezionamento e del consolidamento, come qualcosa a cui un filosofo costringe un altro filosofo? Nella propria realtà privata, l’uomo non è dunque qualcosa di infantile, qualcosa sempre al di sotto della propria coscienza… che egli percepisce nello stesso tempo come qualcosa di estraneo, imposto e trascurabile?».
Gombrowicz, nel Diario 1961-1966, polemizza con Sartre riguardo il problema della libertà: «Affermare che noi conserviamo una fondamentale possibilità di libertà di fronte alla sofferenza […], significa annullare del tutto il significato di questa parola. La sofferenza è qualcosa che io non voglio, è qualcosa che devo “soffrire”. […] Cercare di farci credere che siamo liberi noi, vittime, martiri, schiavi, affogati nelle malattie, nei vizi, nelle brame, sempre in gioco, nel sudore, nella paura, affannati, intontiti? Sperimentiamo la più abominevole schiavitù dall’alba a notte fonda… e qui si parla di libertà!».
Alla fine della sua esistenza Gombrowicz era giunto alla conclusione che la filosofia non servisse alla vita e, nel Corso di filosofia in sei ore e un quarto la mette alla berlina. Nel Diario 1953-1956, spiega: «L’eccesso di rispetto per la verità scientifica ha offuscato la nostra propria verità – e abbiamo dimenticato, mossi dal desiderio troppo ardente di capire la realtà di non essere destinati a capire, bensì e soltanto a esprimere la realtà». Come scrisse giustamente il critico Paweł Beylin nel saggio “Autentyczność i kicze”: «Gombrowicz cerca nella filosofia la stessa cosa che cerca in un altro uomo, in un tramonto, in una mucca, nei critici della sua opera: una visione artistica del mondo, degli elementi della forma che concretizzano quella visione. Ne abbiamo conferma nella scelta dei filosofi di cui parla, in ciò che in essi lo interessa. Sia che si tratti della dialettica pura in Hegel, dell’”epoche” in Husserl, della concezione della libertà in Sartre, della forza del materialismo in Marx. Ma al tempo stesso egli disprezza i sistemi in quanto tali. Si prende gioco della morale accademica poiché la sua stessa visione artistica del mondo rifiuta ogni sistematizzazione. E’ questa l’antinomia del Gombrowicz scrittore e pensatore: vuole vivere la filosofia, ma non vi arriva che a costo di filosofizzare la vita».
Gombrowicz era giunto alla conclusione che l’unica, seppur parziale libertà, risiedesse nella creatività artistica. L’artista, infatti, anche se impossibilitato a sfuggire alla Forma, poteva almeno sentirsi libero di “giocare”con essa.

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