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L'Urlo di Artaud e Amleto


1700 iscritti / anno VIII,  n ° 46 / luglio-agosto 2009


L'Urlo di Artaud e Amleto

vuoto esistenziale, pazzia o scoperta di una pienezza spirituale ?
di Rosa Furfaro Giovannini
 
     
Shakespeare affermava che “tutto il mondo è teatro”, e metteva in scena il mondo, gli uomini e le donne e i loro sentimenti. Artaud faceva del mondo un teatro, come drammaturgo francese rivoluzionario e sopra le righe. Qui vengono comparati due artisti lontani nel tempo ma più vicini concettualmente di quanto si possa pensare. Artaud riattualizza Shakespeare e tra i due nasce una corrispondenza, come se, per dirla alla Dom Moraes, poeta indiano del ‘900, tra i due ci fosse una stretta di mano lunga cinque secoli.
 
Ringraziamo la Dott.ssa Rosa Furfaro Giovannini per averci inviati questo suo interessante scritto.
 
 
Buona Lettura



 L'Urlo di Artaud e Amleto

vuoto esistenziale, pazzia o scoperta di una pienezza spirituale ?


“Il n’est pas absolument prouvè que le language des mots soit le meilleur possible. Et il semblable que sur la scene, le language des mots doive cèder la place au langage par signes dont l’aspect objectif est ce qui nous frappe immediatement le mieux.”[…]”Si nous nous montrons aujourd’hui tellement incapable de donner d’Eschyle, de Sophocle, de Shakespeare une idée digne d’eux, c’est très vraisemblement que noujs avons perdu le sens de la physique de leur théatre.”[1]
Leggendo i primi capitoli del saggio di Artaud, la parte riguardante i classici, sono stata, lo ammetto, abbastanza ottusa, da non leggere tra le righe ,o semplicemente non era quello il momento di capire a cosa l’autore si stesse riferendo. Andando avanti nella mia lettura, ho incontrato il passo citato qui sopra, e i dubbi che avevo si sono chiariti. Forse più che dubbi, era confusione, e nella confusione non è facile individuare neanche i dubbi.

Leggere Artaud è come aver assistito ad una delle rappresentazioni che ci descrive, senza averla mai vista in concreto. Si rimane scossi, anche se ce ne accorgiamo in momenti che non necessariamente coincidono con quello della lettura, e che apparentemente poco hanno a che vedere con il teatro, come è capitato a me: ho avuto una sorta di rivelazione, illuminazione, epifania, mentre stavo pulendo i vetri…osservando la trasparenza dei vetri, ho avuto come una sensazione di pienezza, più che di trasparenza come pulizia, come vuoto. Poi la sensazione si è trasformata in immagine, è apparsa fisicamente davanti a me, mentre lavavo i piatti. Quasi che l’acqua corrente e il rumore delle stoviglie avessero emanato vibrazioni capaci di evocare segni tangibili di una dimensione astratta, avuti sempre davanti agli occhi, occhi rivolti verso la mia dimensione interiore, che non volevo vedere, o non ero pronta a vedere. E mi sono commossa, ho provato un senso di liberazione, come quando si grida, appunto. E’ stato come aver trovato un punto di contatto, una comunicazione al di là dello spazio e del tempo, e inaspettatamente questo si stava realizzando dentro me, nel mio spazio e nel mio tempo, con Artaud e con Shakespeare, e tra Artaud e Shakespeare. E’ stato un momento di grande emozione, come aver viaggiato e provato quello che Segalen chiamava “Esotismo”: il sentimento, la percezione che si ha del diverso, dell’altro, del proprio altrove, non solo altrove inteso come altro luogo geografico.
Tutto questo ha veramente poco a che vedere con il teatro inteso nel senso occidentale del termine, teatro come testo scritto, come parole scritte. Quel testo sacro, che sembrerebbe un sacrilegio solo sfiorarlo, modificarlo, perché si farebbe torto al suo autore.

E sono io la prima che ha sempre sostenuto la sacralità dei testi di Shakespeare, per il quale nutro ammirazione sconfinata. Ho dilapidato il conto in banca pur di comprare ogni edizione possibile e immaginabile dei testi del Bardo. Poi è arrivato Artaud, scrittore non solo sopra le righe,ma al di sopra di ogni cosa, a scombussolare quelle che credevo fossero certezze acquisite in anni di studio, dopo oltre dieci esami di letteratura inglese. Ogni lettore attento e scrupoloso, o studioso che sia, sa che Shakespeare stesso non ha mai curato, tranne per alcuni poemetti giovanili, “Venus and Adonis” e “The Rape of Lucrece”, l’edizione a stampa delle sue opere. Da istrione e drammaturgo quale era, non sosteneva egli stesso che un’opera teatrale vive quando è rappresentata sulla scena? Non parlava da regista, più che da scrittore? Allora, perché inorridire tanto quando Artaud parla di un nuovo linguaggio teatrale, di cui il regista è l’interprete, e scrive che la cosa più importante non è il testo scritto, a teatro, ma la sua rappresentazione, fatta di segni, gesti, luci, diverse intonazioni della voce, fino ad arrivare anche a grida disumane? 

Una delle prime cose che la linguistica insegna, è che prima di arrivare a forme di linguaggio articolato, gli esseri umani comunicavano attraverso gesti, segni e grida, se pensiamo agli uomini primitivi. Prima delle scritture alfabetiche, gli esseri umani usavano le scritture epigrafiche, i geroglifici, la scrittura runica: perché meravigliarsi se Artaud sostiene che affinché il teatro ritrovi la sua primordiale purezza, e il suo linguaggio caratteristico la forza comunicativa, i segni, gli oggetti, i suoni, le luci e i costumi devono tracciare infiniti geroglifici sulla scena? Sempre dalla linguistica, apprendiamo che il testo, nel suo pieno significato di oggetto della comunicazione, non è fatto solo di bianco su nero, ma che le parole, al di là della forma scritta, sono portatrici di un contenuto, frutto di un contesto storico e socio-culturale, non che del background culturale di chi lo ha scritto.
Quindi, perché isolare le parole dalla realtà che le circonda, spogliarle della fisicità che le ha create?

Perché essere spaventati dal caos, dalle grida, se in fondo dal caos di un’esplosione primordiale è nato tutto ed è gridando che veniamo al mondo? Ed è proprio quando ho capito quelle grida disumane da dove scaturivano,che ho incontrato il mio Artaud, o meglio quello che lui ha comunicato al mio spazio interiore. 

Tempo fa, ho scoperto un’edizione particolare dell’Hamlet in DVD, ambientata nell’America di fine ‘800, magistralmente diretta e interpretata, secondo me, da Campbell Scott. E fin qui nulla di straordinario, visto che di interpretazioni e rivisitazioni dell’Amleto è costellata la storia del cinema e del teatro. Ho trovato unica questa versione, e arrivo al “punto di contatto” o meglio a quello spazio metatemporale in cui io, Shakespeare e Artaud “ci siamo incontrati”, per la scena in cui Amleto urla, e sembra squarciare,graffiare, l’aria con le sue grida. E’ la scena in cui il fantasma del padre, o il diavolo, o la sua stessa coscienza,chissà, rivela di essere stato assassinato dal fratello, zio di Amleto, oro sposo dell’adultera madre, Gertrude. Nel momento in cui lo spettro sta raccontando che gli è stato versato del veleno nelle orecchie, il giovane Amleto rivive fisicamente ogni sensazione di dolore, fino a vedere e sentire scorrere il sangue dal suo orecchio. Grida disumane, poi perdita di conoscenza, e Amleto si risveglia in un bagno di sudore. Più che il risveglio da un sonno profondo, sembra essere tornato da un'altra dimensione. Oppure, ha sognato veramente tutto, perché il sogno era per lui il modo più adatto in cui poter ricevere una tale rivelazione. E’ tornato dal suo limbo, da un luogo alternativo.

Cosa era, però, quell’urlo per Amleto? Era veramente solo dolore fisico, o l’espressione di un vuoto interiore che non riesce a colmare, per la perdita del padre? O  l’essere entrato in contatto con un essere, uno spirito che viene da un altro mondo, non è altro che la rivelazione di una dimensione metafisica, spirituale, interiore che gli permette di guardare dentro se stesso, e urlare, vomitare quello che ha dentro? Ora inorridisce al pensiero di essere nato da una madre rivelatasi adultera, ed è un grido di rifiuto, o ha scoperto l’altro se stesso, la sua vera essenza, il suo altrove e lo manifesta proprio con un grido che sembra il vagito di un nuovo essere che nasce? E solo oggi, ho capito quanto fosse teatrale quella scena, teatrale nel senso che Artaud dava a questo termine. E’ come aver visto in un solo volto “la ragazza dell’urlo” di Artaud, Annie Bernard, Amleto e me stessa. 
La ragazza era schizofrenica e chi meglio di Artaud, che per anni era stato in un ospedale psichiatrico, anzi due, poteva capirla? Annie riusciva solo a piangere; Artaud la scuoteva con violenza per farla gridare, fino a che la ragazza riesce a rimuovere il blocco che le impediva di comunicare, e a tirare fuori un urlo, un suono come un “vagito di un mondo che nasceva”. E non è forse l’essere umano un microcosmo, che può rivelare la propria essenza: in modi unici e inaspettati, che non debbano per forza essere scritti e prestabiliti? E lo stesso può valere per il teatro.

Per Artaud il teatro è vita, non imitazione della vita! Essere un imitazione, toglierebbe spontaneità ed efficacia a gesti e segni che, sulla scena, come nella vita, non saranno mai gli stessi. E ponendo il testo scritto in questa ottica, anche le parole diventano imitazione di se stesse, lo specchio di qualcosa che si va svuotando del significato vero. “What’s in a name? That which we called a rose, by any other name would smell as sweet.” [2]

E un teatro che desideri tornare all’antica purezza e spontaneità, non può certo basarsi solo ed esclusivamente su parole scritte: “Word to the heat of deeds too cold breath gives”[3] 
“J’insiste sur le mot spontané, car le souffle allume la vie, il embrase dans sa substance.”[4]
“C’est la science à la fois du spectacle, et de la mise en beauté du spectacle; c’est le plus merveilleux outil de connaissance. C’est la connaissance qui ne peut ^tre et ne doit ^tre qu’un moyen non pas de toute beauté du monde, mais cette part de beauté que claque esprit, qu’il le vueille ou non, détient, développe ou néglige. C’est la vision propre du monde.”[5]
Roma,  11 giugno 2009

[1] A. Artaud: “Le Théatre et son double-Lettres sur le langage”pg.166-67, ed. Folio Essais (da qui in poi A.A.)
[2] W. Shakespeare: “Romeo and Juliet”, II,ii. Ed. Oscar Mondatori. 
[3] W.Shakespeare: “Macbeth”, II,i. ed “I Meridiani”.
[4] A.A.: “Le théatre et son double-Un athlétisme affectif”, pg.204, ed.Folio Essais.
[5] Victor Segalen: “Essai sul l’exotisme”, pg. 100, le livre de poche, ed. biblico essais.