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ARLECCHINO: nascita della maschera


2690 iscritti / anno XIII,  n ° 74 - 5/2014


ARLECCHINO: nascita della maschera

da "Vita di Arlecchino", Fausto Nicolini; Ricciardi 1958, pp 57-65

      
     
Arlecchino, la maschera“Se si vuole conoscere la vera storia, tanto lunga quanto interessante, del nome ‘Arlequin’ – scrive Fausto Nicolini, occupandosi delle origini della maschera molti secoli dopo la scomparsa dei celebri Arlecchini, come Martinelli, Biancolelli, o Visentini – si deve ripensare all’antica saga germanica..."
 
Sulle origini nel nord Europa della maschera di Arlecchino, riportiamo questa interessante nota dello storico Fausto Nicolini. 
 
La nota è tratta da "Vita di Arlecchino", Fausto Nicolini; Ricciardi 1958, pp 57-65 e riportata in "Il segreto della Commedia dell’Arte" – Ferdinando Taviani, Mirella Schino – La casa Usher; Nota 15 – pag. 466
 
Ringraziamo la Prof.ssa Mirella SCHINO per il permesso alla pubblicazione.
 
Buona Lettura

 

 

 



ARLECCHINO: nascita della maschera

da Fausto NICOLINI, "Vita di Arlecchino", 1958, pp. 57-65  
 
La nota è riportata in "Il segreto della Commedia dell’Arte" – Ferdinando Taviani, Mirella Schino – La casa Usher; Nota 15 – pag. 466
 
 
“Se si vuole conoscere la vera storia, tanto lunga quanto interessante, del nome ‘Arlequin’ – scrive Fausto Nicolini, occupandosi delle origini della maschera molti secoli dopo la scomparsa dei celebri Arlecchini, come Martinelli, Biancolelli, o Visentini – si deve ripensare all’antica saga germanica detta in Isvezia ‘cavalcata degli dei’, nella Germania settentrionale ‘caccia di Wotan’ e nei paesi tedeschi in generale ‘caccia selvaggia’ (‘die wilde Jagd’). Chi abbia presente il terzo atto della Walkiria wagneriana ricorderà lo spavento da cui sono prese Brunilde e le walchirie sue compagne all’appressarsi di Wotan, che, tra un fragore assordante e un rosseggiare di fiamme, cavalca, galoppando, negli spazi celesti per raggiungere e punire la figlia disobbediente. Orbene, quella saga aveva posto radici troppo profonde nei paesi germanici perché, passati questi al cristianesimo, la nuova religione, che assorbì tanta parte dell’antica, potesse non far propria la leggenda mentovata or ora. La trasformò, bensì, nella credenza popolare, diffusa segnatamente nelle campagne, che il fracasso infernale scatenantesi in certe notti tempestose fosse determinato da una ‘masnada’ di anime perverse le quali – montate su cavalli furiosamente nitrienti, inseguenti belve ancora più furiosamente ululanti, circonfuse di fiamme livide dagli sprazzi multicolori e guidate da un loro ‘re’ – sarebbero state condannate a galoppare in guisa così terrificante finché non fosse piaciuto al Signore o considerar terminata questa loro espiazione, ovvero, qualora i peccati da loro commessi in vita fossero insuscettibili di perdono, precipitarle nel più profondo degl’inferno […]
Le nazioni diverse da quelle germaniche nelle quali la leggenda della caccia selvaggia ebbe diffusione maggiore furon l’Inghilterra e la Francia. Bensì nell’uno e nell’altro paese essa si fuse e confuse con due leggende locali o, più esattamente, con due forme diverse di un’unica leggenda, sorta, sembra, intorno al 900 nella Bretagna francese o continentale, e passata poi, con varianti, in quella inglese o insulare: la leggenda di cui è eroe precisamente il personaggio, storico in terra gallica, mitico in terra anglica, dal nome del quale deriverà quello di Arlecchino […]
Durante l’invasione saracena viveva in Francia un cavaliere chiamato Hellequin. Tutto infervorato a combattere quei pagani maledetti, e costretto pertanto alla forte spesa di mantenere una mano d’uomini non men fidi che ardimentosi, quel cavaliere vendette quanto possedeva, compreso un  bel castello in Normandia. Pertanto, terminata la guerra, egli e i suoi, ridottisi poveri come Lazaro, pensaron bene di darsi alla macchia, e, battaglieri e coraggiosi quali erano, non è da dire di quali e quanti misfatti si rendessero rei. Fu per loro una seconda guerra, nella quale non risparmiarono né gentiluomini, dei quali presero i castelli; né grassi borghesi, dei quali saccheggiarono le mercanzie; né pulzelle, vedove e maritate, alle quali (oltre, quando ne facesse la spesa, qualcos’altro) tolsero danari e gioielli; neppure i miseri orfanelli, di cui rapirono le eredità. Naturalmente, più si accumulavano i loro delitti, e più alte s’elevavano al cielo le strida di coloro che, sempre più numerosi, chiedevano a Dio esemplare castigo di quei briganti. Senonché, uscito Hellequin di vita, all’Eterno Giudice, proprio nel momento in cui è per giungere il cenno che farebbe precipitare quell’anima nera giù in fondo all’inferno, tornano alla mente i tanti saraceni uccisi da quel peccatore e i servigi grandi da lui resi, con ciò, alla fede. Si compiace pertanto di commutare la pena in quest’altra, più mite: che, per un tempo determinato, Hellequin e i suoi debban di notte correre senza posa per tutta la terra, soffrendo, in codesto loro affannoso errare, ogni sorta di calamità. Molte le imprese condotte a compimento da loro in codesta vita d’oltretomba; molte le sofferenze e molti i travagli sopportati nello scontare la dura penitenza; molti, infine, gli atteggiamenti in cui li si vedeva qualora fossero incontrati da qualche mortale. Uno dei più frequenti era quello di chi si abbandoni alla danza. E danzando li scorse Riccardo senza paura.” (Nicolini, 1958, pp.57-65).