Teatro di Nessuno, laboratorio e seminari di teatro a RomaIl Quaderno di Nessuno: Recensioni teatrali


Archivio: leggi tutte le recensioni

La vita accanto. Recensione di Laura Belli


La vita accanto. Recensione di Laura Belli
 

 

Titolo Spettacolo
La vita accanto

Breve sinossi (max 4-5 righe)
“La vita accanto”
regia di Cristina Pezzoli
con Monica Menchi
adattamento curato da Maura Del Serra de “La vita accanto” di Mariapia Veladiano, edito nel 2011
visto in scena il 12 gennaio 2018 al Teatro Borsi di Prato

Autore del testo
adattamento di Maura Del Serra, testo originale di Mariapia Veladiano

Città in cui è rappresentato
Prato

Genere
Dramma

Atti
1

In scena dal...al (date)
12-13 gennaio 2018

Elenco principali attori
Monica Menchi

Regia
Cristina Pezzoli


La vita accanto. Recensione di Laura Belli

 

“La vita accanto”

regia di Cristina Pezzoli

con Monica Menchi

adattamento curato da Maura Del Serra de “La vita accanto” di Mariapia Veladiano, edito nel 2011

visto in scena il 12 gennaio 2018 al Teatro Borsi di Prato

 

 

 

Un'unica donna sul palco. Ma tante donne nella vita di Rebecca, bambina nata brutta che per questa sua condizione risulta costretta a diventare da subito una donna, a sopperire all'affetto mancante di una mamma caduta in depressione dopo la sua nascita, a protegge gli altri prima di sé stessa in quanto auto ritenutasi causa della loro sofferenza.

Un uomo che attraversa e accompagna le loro storie, celando la sua fragilità tramite un pacato rigore e la sua innata bellezza esteriore: suo padre .

Donne che si susseguono nelle fasi della crescita della composta Rebecca-bambina, dalla tata Maddalena che non fugge da quella casa come le sue antecessore, all'amica grassa Lucilla, presenza piacevolmente ingombrante in quella piccola parte di mondo riservato ai reietti, alla zia Erminia e alla sua positività contrapposta alla nera depressione materna che tutto inghiotte, all'anziana De Lellis che dall'alto della sua (celata) lucidità sentenzia che “se non parlano, le donne scrivono”.

Eccola lì, Rebecca, a scrivere sul palco la storia di quel mondo che ha avuto paura, che ha deriso e isolato una piccola bambina nata brutta in una famiglia apparentemente perfetta. Una bambina che dà voce a tutti quelli che gliela negano, anche a sua madre che si è votata al silenzio assoluto dal giorno della sua nascita. Lei che racconta di un destino fatto di familiari che, nel tentativo di proteggerla, l'hanno isolata dagli sguardi esterni, fino ad arrivare a comprendere che lei stessa era il frutto di qualcosa che doveva esser tenuto ben distinto dalla loro immagine, nell'interesse della famiglia.

Monica porta in scena una donna che ha piena consapevolezza della sua condizione e non tenta di nasconderla né modificarla, nemmeno agli sguardi altrui, mantenendo in ogni occasione compostezza di toni e di maniere ma al contempo con una maestria che trasmette un personaggio dotato di un ben definito baricentro interiore. Rebecca che sembra danzare con leggiadria anche quando, bambina,  corre a mo' di scoiattolo lungo il corridoio della grande casa natia, sperando di sbirciare l'immagine della madre riflessa nello specchio della stanza nella quale, silenziosamente, si era reclusa. Rebecca incapace di provare rancore persino quando da adolescente viene abusata dai compagni di classe, poi omertosamente giustificati dal preside della scuola. Rebecca che viene allontanata da ogni luogo della sua infanzia da una società che non è in grado di ammettere quali istinti nefasti è capace di innescare in essa il diverso.

Rebecca che nonostante tutto non si chiude ulteriormente nel recinto dove è stata confinata, anzi che vuole vivere di profumi, di finestre finalmente aperte alla luce del giorno e di tendaggi mossi dal vento. Rebecca che da donna, sul palco, continua a guardare verso la platea, proseguendo il suo racconto popolato di storie della sua vita.

Rebecca però non è accecata dall'occhio di bue, Monica non sta fingendo un monologo senza uditori allo scopo di mostrare una padronanza dell'arte attoriale che già sa appartenerle senza bisogno di ulteriori consensi. E' a questo punto che lo spettatore inizia a percepirlo, quasi a sentirsi chiamato in causa; la platea tutta sente che la poltrona che fino a quel momento fungeva da comodo punto di appoggio per una visione di qualcosa di lontano da ognuno sta iniziando a stringersi attorno ad ogni spettatore.

Troppo tardi per scappare per gli astanti, così come lo è già per l'attrice uscire da quel personaggio che è già uscito dal testo originale e anche dall'adattamento teatrale cucitole addosso; dalla platea si cerca di allentare quella sensazione provando ad abbassare lo sguardo, oppure convincendosi che non si vuole più sentire oltre, ma siamo già tutti inchiodati lì, con una donna che con la purezza di una bambina e con la delicatezza di una farfalla ha preso possesso non solo del palco ma anche di tutto quello che c'è oltre la quarta parete, portandoci lassù con lei, dentro di lei. Rebecca che ripercorre la sua presa di coscienza delle tappe che hanno segnato la sua vita, il racconto di un dramma dietro l'altro con un sottofondo continuo di voglia di vivere. Rebecca che comprende quanto amore possano contenere i silenzi di una donna e quanto se ne possa celare nel fingere una malattia; Rebecca che nonostante tutto trova il suo posto, per nulla di secondo piano, nel mondo là fuori tramite il suo talento musicale; Rebecca che diventa il direttore di orchestra di un turbinio di tasselli che lo spettatore non aveva messo ancora insieme. Volano come schegge di vetro verso la platea a quel punto le singole parole, non possono non esser riconosciute per quello che sono – non più solo pronunciate da altri ma che avremmo potuto emettere noi stessi -  e non creare dapprima sgomento e poi dolore e lacrime in chi assiste. Rebecca è sempre lì a rappresentarci la sua vita con la solita compostezza ed eleganza ma il nostro sguardo sta cambiando. Sale un tormento che spingerebbe istintivamente ad andarsene e invece no, non è concesso esser vigliacchi di fronte a chi senza nemmeno urlare continua a voler vivere più pienamente di come abbia fatto nessun altro. Chi è davvero Rebecca? Una comparsa scomoda nella vita degli altri o la protagonista che altri hanno cercato di nascondere, ai propri e agli altrui sguardi? Cosa è la bruttezza, quindi, se non una bellezza che non siamo in grado di accettare perché sconvolgerebbe le nostre certezze e la nostra tranquillità?

Vorremmo nasconderci noi, adesso, dietro la grande cornice della scenografia, struttura che ci ha protetti dalla visione degli abusi subiti da Rebecca.  Ma se proprio non possiamo più fuggire da quel palco, vorremmo poterci rinchiudere dentro il grande baule e buttare nuovamente lì dentro anche il diario della mamma, unico e ultimo pezzo di quella vita da bambina che altri avevano voluto negare a Rebecca. Pensavamo di assistere ad uno spettacolo dalla rassicurante zona al buio oltre il proscenio e invece Rebecca ha preso dentro di sé ognuno degli inconsapevoli spettatori.

“ Non so molto di Dio, di sicuro se c'è in certi momenti è disperatamente distratto. Anche lui sa non esserci”. Ecco, nessuna speranza per il pubblico di salvarsi, appurato che Dio non è intervenuto nemmeno con Rebecca. Non ci troviamo più tranquillamente seduti e virtualmente lontani dagli episodi della vita che lei ha narrato, il rumore del fiume impetuoso che si è portato via sua madre riusciamo adesso a sentirlo anche noi .

Rebecca che mostra il suo viso non più deturpato, Monica che nel togliersi la maschera di lattice ci strappa le nostre che non volevamo ammettere di avere. Rebecca che anela la luce del giorno e apre finalmente la sua casa ad una nuova bambina e al mondo che adesso è pronta ad affrontare senza intermediari, il pubblico tutto che spera fortemente che le luci in sala si riaccendano il più tardi possibile, incapaci di affrontare la visione di sé stessi senza la maschera con la quale si erano seduti.

La catarsi di Rebecca è conclusa e l'attrice lascia la scena abbandonando tutti in compagnia della propria, che è stata appena innescata.

Impossibile non innamorarsi di questo spettacolo, difficile dopo averlo visto immaginarsi una Rebecca diversa da quella impersonata (e vissuta intensamente) da Monica. La stessa regia e persino le scenografie sembrano cucite addosso alla spazialità gestuale che l'attrice ha voluto caratterizzare in Rebecca. Il testo, sapientemente ridotto per la scena teatrale rispetto al romanzo dal quale è tratto, non rende merito a ciò che lo spettatore vivrà assistendo alla rappresentazione.