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Idroscalo 93 - Morte di Pier Paolo Pasolini - Recensione di Ilaria ANDALORO


Idroscalo 93 - Morte di Pier Paolo Pasolini - Recensione di Ilaria ANDALORO

      
     
Autore Recensione: Ilaria Andaloro 

E-mail: ilariandaloro@libero.it

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Titolo Spettacolo: Idroscalo 93 - Morte di Pier Paolo Pasolini

Breve sinossi : Un esempio prezioso di teatro civile, che ci esorta a ricercare la verità sempre, anche e soprattutto quando essa viene manipolata ed occultata, come nel caso della tragica morte di Pier Paolo Pasolini, che resta uno dei fatti più misteriosi e vergognosi della storia italiana.

Autore del testo: Mario Gelardi
Città in cui è rappresentato: Rovereto ( Trento ), Auditorium Melotti
Genere: Dramma
Atti: 1
In scena dal...al (date): venerdì 1 febbraio 2013

Elenco principali attori: Ivan Castiglione, Giuseppe Gaudino
Regia: Ivan Castiglione; progetto artistico di Mario Gelardi e Mario Martone


Idroscalo 93 - Morte di Pier Paolo Pasolini - Recensione di Ilaria ANDALORO
 

     

Recensione


 
Idroscalo 93 - Morte di Pier Paolo Pasolini


 
“ Proprio perché è festa. E per protesta voglio morire di umiliazione. Voglio che mi trovino morto col sesso fuori, coi calzoni macchiati di seme bianco, tra le saggine laccate di liquido color sangue. Mi sono convinto che anche gli atti estremi di cui io solo, attore, sono testimone, in un fiume che nessuno raggiunge – avranno avuto alla fine un loro senso.”                  ( Pier Paolo Pasolini, Bestia da stile )
 
L’idroscalo di Ostia è il nome di un posto che abbiamo sentito citare spesso, nelle cronache, in alcuni libri, in qualche servizio giornalistico, un nome che forse non tutti associano, da subito, ad uno dei fatti più misteriosi, più vergognosi, più irrisolti della storia italiana degli ultimi decenni, uno dei tanti, verrebbe proprio da dire e non senza amarezza. Fu proprio lì che venne ritrovato senza vita il corpo martoriato di Pier Paolo Pasolini la mattina del 2 novembre 1975, un anno davvero caldo per il nostro Paese, un anno macchiato di sangue e di ideologie alla deriva, dalle morti del neofascista Sergio Ramelli e del militante di Lotta Continua Alceste Campanile a quella della brigatista Margherita Cagol e fu sempre nell’autunno di quello stesso anno che i tre rampolli neofascisti romani Angelo Izzo, Gianni Guido e Andrea Ghira furono protagonisti di una storia brutta, bruttissima, quella del massacro del Circeo.
Idroscalo 93 è il titolo del testo di Mario Gelardi, pubblicato nel 2006, commissionatogli da Mario Martone nel 2003 nell’ambito del progetto artistico Petrolio, da cui è stato tratto l’omonimo, bellissimo spettacolo teatrale, prezioso esempio di teatro civile che propone una riflessione lucida, sincera e non priva di poesia, attorno alla morte di un personaggio che è stato scomodo tanto in vita quanto lo è ora da morto, uno spettacolo importante, che ci impone il dovere etico di non dimenticare, di continuare a cercarla, la verità, qualsiasi verità, soprattutto quando essa viene offuscata, depistata, tradita, manipolata, occultata. Una indimenticabile puntata di Blu Notte di qualche anno fa, ideata e condotta da Carlo Lucarelli e dedicata proprio alla scomparsa di Pasolini, portava il titolo di Morte di un poeta, perché di fatto Pier Paolo poeta lo è stato e come, forse uno degli ultimi, anche se rinserrarlo entro un’unica definizione è certo riduttivo per un artista del suo calibro, che si è sperimentato in molteplici ambiti con passione, con coraggio, con spirito innovativo ed eterodosso, come è tipico degli uomini grandi, eclettici, quelli che anticipano i tempi, quelli dotati di una visione acuta e alta sulle cose, una visione preconizzante, nella quale una profonda conoscenza della storia del passato e di quella del presente può essere in grado anche di anticipare la storia che accadrà in futuro. Pier Paolo Pasolini, questo, era capace di farlo, ovvero leggere molto attentamente i dati che aveva a disposizione riuscendo a comprendere che cosa sarebbe potuto accadere, di lì a poco, ma il ruolo di profeta non gli era mai piaciuto. Con l’umiltà che in tutte le cose lo caratterizzava, Pier Paolo preferiva definirsi, semplicemente, un intellettuale il cui compito è quello di ricostruire i fatti sociali e politici del suo tempo, sviscerandone i collegamenti, anche e soprattutto quelli più impensati, quelli apparentemente più paradossali, incongruenti e distanti tra loro. Lo spettacolo di Gelardi bene evidenzia quest’ultimo aspetto, che certo ultimo non è da considerarsi nelle supposizioni e nelle stesse indagini relative alla morte del poeta, scrittore, regista Pier Paolo Pasolini e questo rende Idroscalo 93 uno spettacolo, oltre che ben costruito, davvero necessario.
In una scenografia semplice ed essenziale si muovono con raffinata abilità tecnica ed interpretativa i due straordinari attori, Ivan Castiglione, che è anche il regista di questa messinscena e Giuseppe Gaudino, istrionici, complementari, complici nei movimenti scenici così come nel climax emotivo durante l’intera narrazione, scandita anche da momenti musicali sempre opportuni e funzionali all’impianto drammaturgico. Al primo è affidato il ruolo di abile narratore, al secondo quello di Giuseppe Pelosi, detto Pino la Rana per via degli occhi sporgenti, timido e goffo ragazzotto diciassettenne di borgata, accusato dell’omicidio di Pasolini, che si tramuterà nel tempo in un personaggio scaltro, smaliziato, rivelando alcuni particolari del caso piuttosto inediti, che porteranno le indagini a subire una svolta decisiva, soprattutto in seguito alle sue dichiarazioni rilasciate, una volta uscito dal carcere, durante la trasmissione televisiva Ombre sul giallo del 2005, in cui dirà di non essere lui l’autore del delitto, bensì tre uomini che massacrarono di botte Pasolini per dargli una lezione. E così quello che inizialmente era stato archiviato come un delitto a sfondo omosessuale dovrà essere riconsiderato, dopo ben trent’anni, proprio alla luce della nuova verità uscita dalla bocca del Pelosi. Troppo facile e troppo comodo sarebbe stato continuare ad occultarla, quell’altra verità, quella più inquietante, quella di matrice politica, che inizierà a vedere coinvolti nel delitto Pasolini nomi illustri; più rassicurante, forse per tutti, sarebbe stato continuare a pensare a Pino la Rana come ad una povera vittima, ad un ragazzotto di vita che, dopo essere stato rimorchiato da Pasolini in una serata di novembre, non poteva fare altro che difendersi dall’improvvisa ed oscena richiesta di quel frocio e sporco comunista. Pier Paolo Pasolini sarebbe dunque rimasto ancorato a quel suo inevitabile destino di personaggio pubblico maledetto, con qualche vizietto di troppo da nascondere, che avrebbe pagato per l’immoralità dei suoi riprovevoli comportamenti. Ma questa è la prima verità, quella più banale, quella più immediata, anche se non priva di quello sguardo perfido e letale che la morale collettiva non di rado adotta, annientando chiunque vi capiti sotto; vi è tuttavia una seconda verità che ci obbliga a fare i conti con qualcosa di più grande, di più scottante, di più complicato che un omicidio “per legittima difesa” perpetrato da un minorenne disperato in un campetto di Ostia. Perché se è vero che, proprio lì e proprio quella notte, è stato ucciso un poeta, perché ucciderlo con una violenza così brutale ed efferata? Quali colpe potrà mai avere un poeta, da meritare una simile morte? Forse la colpa di essere a conoscenza di molte, troppe sconcertanti verità, che hanno a che fare con un campo d’indagine che non concerne la sola poesia.
“ Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe - e che in realtà è una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere. Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974. Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di golpes, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi, sia, infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti. Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista - Milano 1969 - e una seconda fase antifascista - Brescia e Bologna 1974. Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.” Così Pasolini affermava in uno dei suoi più celebri Scritti Corsari e lo spettacolo di Gelardi si inoltra, con ritmo incalzante, all’interno di quella seconda verità, che vede il poeta friulano misteriosamente coinvolto in un carosello di nomi illustri, tra cui Enrico Mattei a Mauro De Mauro, entrambi scomparsi in circostanze “accidentali” ed oscure, entrambi legati alla vicenda Eni e alle infiltrazioni politiche, di cui lo stesso poeta di Casarsa si stava occupando nel suo libro Petrolio, uscito postumo, che descrive un ventennio italiano fatto di loschi intrighi internazionali, di collusioni tra la nostra politica e le cupole mafiose, i grandi capitali industriali, le lobby petrolifere ed economiche. Pasolini sapeva, sapeva tutto questo e assai probabilmente lo descrisse con spietata ed ingenua trasparenza, all’interno di quel capitolo di Petrolio, intitolato Lampi sull’Eni, dal quale sono misteriosamente scomparse decine di pagine ma che il giudice Calia volle allegare agli atti processuali dell’inchiesta sulla scomparsa di Mattei. Pasolini sapeva e faceva i nomi, tutti, pur celati dietro a pseudonimi, delle persone coinvolte in queste vicende vergognose, che vanno a comporre un mosaico perverso e perfido, i cui tasselli sono le stragi, i reati impuniti, gli attentati di quegli anni, dietro i quali si nascondevano sempre gli stessi mandanti, di cui Pasolini sapeva i nomi e che forse, fuor di ipocrisia, sappiamo anche noi. Ecco allora che Idroscalo 93 ci riporta alla memoria tutti questi eventi, che ci arrivano con violenza, come parole crude che hanno scritto alcune delle pagine più incivili della storia italiana e lo fa avvalendosi di uno strumento privilegiato, quello del teatro civile, che qui mantiene la sua autentica forza di denuncia e di stimolo alla riflessione, alla domanda, alla ricerca di verità. Perché usciti dal teatro non si può non continuare a ripensare alla scena finale, dove, sul palco, campeggiano tre gigantografie: a sinistra quella di Mattei, a destra quella di De Mauro e al centro quella di Pasolini. E’ impossibile scordarsi di quell’immagine che vede un poeta, con la sua aria un po’ malinconica, collocato tra un industriale ed un giornalista. E’ un’immagine forte, eloquente, nella sua semplicità di presentare tre volti, tre ritratti, tre uomini, all’apparenza così lontani tra loro ma che hanno avuto un analogo destino, quello di essere stati eliminati poiché coinvolti, seppure con ruoli completamente diversi, all’interno della medesima vicenda. Ed è impossibile, usciti dal teatro, non ripensare al tipo di morte che Pier Paolo Pasolini ha incontrato su quel campetto di Ostia la notte tra l’1 e il 2 novembre del 1975 - dalle Cronache giudiziarie apparse sul Corriere della Sera il 2 novembre del 1977: “I capelli impastati di sangue gli ricadevano sulla fronte, escoriata e lacerata. La faccia deformata dal gonfiore era nera di lividi, di ferite. Nerolivide e rosse di sangue anche le braccia, le mani. Le dita della mano sinistra fratturate e tagliate. La mascella sinistra fratturata. Il naso appiattito deviato verso destra. Le orecchie tagliate a metà e quella sinistra divelta, strappata via. Ferite sulle spalle, sul torace, sui lombi, con i segni dei pneumatici della sua macchina sotto cui era stato schiacciato. Un’orribile lacerazione tra il collo e la nuca. Dieci costole fratturate, fratturato lo sterno. Il fegato lacerato in due punti. Il cuore scoppiato.” -  e lo è ancora di più, impossibile, perché ci portiamo appresso quell’immagine lì, quella fotografia dell’ultima scena di Idroscalo 93, una fotografia che fa risaltare il tratto forse più caratterizzante la figura di Pasolini e cioè la sua dolcezza, violentata in quella notte di novembre. In molti hanno voluto paragonare la sua morte ad un atto sacrificale, ad un martirio, ad un gesto estremo di offerta votiva di carne e di sangue, dati in pasto ai suoi carnefici, quasi che Pier Paolo sapesse anche questo, che sarebbe stato ucciso e proprio con quella spietatezza. La suggestiva ipotesi di Giuseppe Zagaina, collaboratore artistico ed amico di Pasolini, è esplicita a tale proposito. Nel suo testo Pasolini e il suo nuovo teatro ( Marsilio, 2003 ) si legge che “ (…) la morte violenta di Pasolini fu da lui stesso concepita e organizzata come montaggio del film della sua vita, come il suo trasumanar, oppure come estrema azione teatrale messa in atto una volta per sempre senza anteprime, né prime, né repliche (…) il sacrificio di Ostia ( hostia=vittima sacrificale ) celebrato da Pasolini nel 1975, quando il 2 novembre, giorno dei Morti, ha coinciso con la Domenica, fu una scelta ben precisa fin dal momento in cui il poeta friulano apprese da Mircea Eliade che la celebrazione del mito di morte-rinascita deve essere messa in atto solo tra l’autunno e l’inverno e in una notte sacra per eccellenza. Pasolini avrebbe così dimostrato da una parte la sua fede nella realtà e nell’efficacia del mito, dall’altra la volontà-necessità di esprimersi compiutamente con l’estrema azione della morte.” Pasolini si sarebbe dunque immolato anche per noi. Ma se facessimo fatica ad accettare questa ipotesi, che ci appare disturbante tanto quanto fu disturbante lo stesso Pasolini, non possiamo non riconoscere che egli è stato ucciso due volte, perché una prima morte gli era stata già data, dalla magistratura, dalla politica, dalla polizia, dai mass media, dalla morale borghese, da quello “stato”che tanto ripudiava e che aveva già fatto di lui carne da macello.
Lo spettacolo di Gelardi ha inoltre il pregio di mostrarci la dolcezza del poeta friulano, una dolcezza che passava anche sui volti dei suoi amatissimi interpreti, primo tra tutti il talentuoso Ninetto Davoli, al quale Ivan Castiglione sceglie di fare un omaggio davvero commovente, ricreando l’atmosfera struggente e poetica dell’ultima scena di Che cosa sono le nuvole ( in Capriccio all’italiana, 1967 ), interpretato anche dal grande Totò. E’ la voce evocativa e bella dello stesso Castiglione, che ricorda molto il timbro originale di Domenico Modugno, a ricreare quell’atmosfera, quella magia, quell’incanto che ci permettono, all’interno di uno spettacolo emotivamente forte, dal ritmo sempre sostenuto e impegnativo per i temi trattati, di avere un sollievo, un respiro intimo, nel ricordare ed immaginare proprio quelle nuvole che esprimevano, per Pasolini, la bellezza del Creato. Così come struggente e poetico si rivela uno dei momenti iniziali dello spettacolo, quando viene ricordata la figura della donna più amata da Pasolini attraverso la lettura della celebre Supplica a mia madre, che abbiamo ascoltato tante volte ma che ha il potere di commuoverci sempre, perché ci ritroviamo, in quelle parole, che sono parole sincere, spietate, amorevoli e dure, perché tutti abbiamo provato quella stessa solitudine, quell’infinita fame di amore di corpi senza anima e perché tutti abbiamo provato la confusione di una vita rinata fuori dalla ragione.
Sono parole che mi toccano, mi lacerano, mi accarezzano, così come tutte quelle pronunciate da Pier Paolo Pasolini, poeta e grande, grandissimo uomo, per il quale continuo a sentire una gratitudine sincera e profonda, che è la stessa che si può provare per i padri, per i maestri, per gli amici più cari, quelli che non ti nascondono la verità per non ferirti ma che te la rivelano, per aiutarti a comprendere la vita e per aiutarti a viverla, proprio come la intendeva lui. Con passione, con libertà, con disperata vitalità.
 
Totò: “ Cosa senti dentro di te? C’è qualcosa? ”
Ninetto: “ Sì sì, c’è qualcosa! ”
Totò: “ Ecco, quella è la Verità. Ma attenzione: non bisogna nominarla, perché appena la nomini non c’è più…”                                

  ( da Che cosa sono le nuvole, in Capriccio all’italiana, 1967 )
                                                                                                              
                                                                                                                                                  
Ilaria  Andaloro