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Minotaurus - Recensione di Ilaria ANDALORO


Minotaurus - Recensione di Ilaria ANDALORO

      
     
Autore recensione: Ilaria Andaloro

E mail ilariandaloro@libero.it

Titolo Spettacolo: Minotaurus

Breve sinossi: L'incontro tra Arianna e il Minotauro, raccontato attraverso la leggiadria e la potenza di corpi che danzano, diviene un "inno" a ricercare una nostra personale Bellezza e a trovare il coraggio per viverla pienamente.

Autore del testo: Ilaria Andaloro
Città in cui è rappresentato: Trento, Teatro Cuminetti
Genere: Teatro Ragazzi
Atti: 1

In scena dal...al (date): 3 aprile 2012

Elenco principali attori: Alexandra Hofer, Mattia Peretto, Manuela False, Melanie Goldnerr

Regia: Antonio Viganò e Julie Anne Stanzak 


Minotaurus - Recensione di Ilaria ANDALORO 
     

Recensione 

 

MINOTAURUS


 

“ (…) Lui danzò la sua deformità, lei danzò la sua bellezza, lui danzò la gioia di averla trovata, lei danzò la paura di essere stata trovata, lui danzò la sua liberazione, lei danzò il suo destino, lui danzò la sua smania e lei danzò la sua curiosità…”. Con queste parole Friedrich Dűrrenmatt narra, nel suggestivo racconto Il Minotauro, l’incontro tra la creatura mitologica, metà uomo e metà toro, e Arianna, all’interno di quel labirinto che lo scrittore svizzero immagina composto da innumerevoli specchi riflettenti le immagini all’infinito, in un continuo gioco di rimandi tra ciò che realmente si vede e ciò che invece si crede o ci si illude di avere visto. E’ a questo racconto che si ispira il bellissimo spettacolo di teatro danza Minotaurus, portato in scena dal Teatro La Ribalta in collaborazione con la Lebenshilfe di Bolzano, ideato da Antonio Viganò e Julie Anne Stanzak. Danzare la deformità…danzare la bellezza…danzare la liberazione…assisto rapita a questa storia e mi risuonano continuamente in testa proprio le parole di Dűrrenmatt, parole che mi colpirono dal primo istante in cui le incontrai ma che hanno sempre conservato in sé un qualcosa, per me, di arcano, di enigmatico, di potentemente sovversivo. Credo di averne capito il senso ora, a spettacolo concluso. I due principali interpreti, Manuela False e Mattia Peretto - Arianna e il Minotauro nella messinscena di Antonio Viganò - danzano la loro unicità con una tale poesia ed una tale credibilità interpretativa, che ci scordiamo immediatamente di trovarci di fronte ad attori/danzatori “diversamente abili”  - etichetta terribile, come lo sono tutte le etichette… - ma solo possiamo seguirne i gesti ed i movimenti sinuosi, anche e soprattutto quando sono asimmetrici, quando sono in bilico tra tensioni opposte, lasciandoci incantare e commuovere dai due splendidi interpreti, che danzano la loro personale Bellezza sul palcoscenico, luogo che sa annullare ogni presunta o reale “diversità”, quando la creazione artistica, come in questo caso, è di qualità molto alta e quando vi è sincerità di intenti, permettendo, per citare le parole dello stesso regista, di far sparire la condizione, per far arrivare la comunicazione. Assieme a loro, sul palco, anche Melanie Goldnerr, presenza delicata e forte, nel pronunciare le parole di Borges che invitano a pensare a quel posto dove poter essere unico tra gli unici. I loro corpi senza menzogna – come direbbe Pippo Delbono - esprimono con delicata poesia e con fortissima energia scenica gli stati d’animo dei personaggi del racconto mitologico e hanno la capacità di ricondurci alle atmosfere sensuali e alla dimensione rituale, assai percepibile in questo spettacolo, di un altro splendido testo ispirato al medesimo mito, I re di Julio Cortázar, svelando i momenti più significativi dell’incontro tra i due protagonisti - che l’autore argentino volle, per altro, incestuosamente innamorati l’uno dell’altra - quelli più drammatici, più toccanti…la curiosità e l’attrazione che Arianna prova nei confronti di quell’inusuale creatura, lo sgomento del ritrovarsi, assieme a lei, all’interno di un luogo non luogo dal quale forse non c’è scampo né possibilità di uscita…le distanze, le vicinanze, l’alto, il basso, la lotta, i contatti, i conflitti, le paure che noi tutti proviamo di fronte a ciò che non riconosciamo o non identifichiamo come simile a noi. Ed è forse “qui”, in questa innata paura, che nasce quel mortifero sguardo etichettante che per comodità appiccichiamo un po’ qua e un po’ là, nell’illusione di preservarci da un qualcosa che dobbiamo tenere ben distante, solo perché, in realtà, quel “qualcosa” ci assomiglia molto più di quello che fingiamo di credere. In quel “qualcosa” c’è sicuramente anche una parte di noi, un frammento di quei pezzi di vetro che provengono forse da quello stesso labirinto, in cui temiamo di ri-specchiarci, poiché farlo significherebbe ri-comporre l’immagine che abbiamo di noi stessi, ma anche quella che abbiamo degli altri, che spesso ci fanno da specchio e questo, si sa, costa fatica. E forse è proprio “qui”, nei pregiudizi reali così come nei finti moralismi o negli stucchevoli buonismi, che nascono quei labirinti e quelle prigioni in cui siamo così bravi a relegare i “diversi” e tutti coloro che lo sguardo stigmatizzante di una società fragile qual è la nostra considera inutili, improduttivi, scomodi, perché, come ci ricorda Miguel Benasayag con l’acume e la profondità che lo contraddistinguono, tutto ciò che deborda da un’imposta tassonomia è elemento di disturbo e perché nella percezione sociale l’etichetta struttura l’essere nel mondo delle persone etichettate. Meglio dunque continuare a tenerle lontane, le “persone etichettate”, meglio creare tutte le condizioni possibili per non permettere una loro “emancipazione”, una loro autonomia, oppure costringerle per un’intera esistenza a ripercorrere corridoi, cunicoli e gallerie di quegli stessi labirinti in cui si trovano da sempre, che possono anche essere, parafrasando le parole sincere di Antonio Viganò pronunciate dopo lo spettacolo in un momento proficuo di dialogo con il pubblico, i passaggi quotidiani dalla famiglia al centro “di riabilitazione” e dal “centro di riabilitazione” alla famiglia. Queste parole mi colpiscono, forse mi feriscono anche, ne sento la veridicità, ne sento il peso, ne sento anche la mancanza a livello di dibattito sociale e penso al Teatro davvero come ad un possibilità diversa - per “loro” così come per ognuno di noi - una possibilità realmente eversiva, realmente trasformativa, un’alternativa che ci dia un modo altro per ripensare la vita e per ricreare uno sguardo su di essa. Le parole di Dűrrenmatt tornano così a visitarmi e mi riconsegnano la certezza che non solo sia possibile ma anzi necessario provare a danzarla, quella liberazione. Minotaurus, che esce per altro vittorioso dal recente festival My Dream, è dunque uno spettacolo, oltre che emozionante, coraggioso ed importante perché solleva inevitabilmente queste riflessioni - di natura politica, etica e culturale - e lo fa senza retorica alcuna, lo fa attraverso l’arte, attraverso il linguaggio immediato e senza filtri del corpo, attraverso la Bellezza – qui investita anche della sua antica/perduta implicazione di utilitas – lo fa attraverso una rappresentazione scenica fortemente pittorica e disseminata di simboli – la rosa impiantata a “testa in giù”, la terra che andrà a ricoprire l’intero palco, il cerchio, il piano inclinato che è nel contempo muro/limite/confine, il colore rosso… - ai quali, come tiene a ricordare il regista, ognuno di noi potrà dare significati personali - e a me viene subito da pensare ad un Elogio dell’”Imperfezione” - ma potrà anche non darne, perché l’arte non vive tanto di connessioni cerebrali ed intellettuali, quanto di anima, di sensi e di viscere. Perché è vero, come afferma Pippo Delbono, che talvolta vi è qualcosa di spirituale e di emotivo che parte dal palcoscenico e arriva al pubblico: un’onda profondamente contagiosa, che prende davvero gli spettatori e li colpisce nel centro del corpo, allo stomaco e in questo spettacolo quel raro miracolo accade, quell’onda arriva davvero a lambirci. I movimenti coreografici ideati da Julie Anne Stanzak - qui incarnati, oltre che dai due protagonisti, anche dalla bravissima danzatrice Alexandra Hofer, che si presta nella stesura narrativa ad essere il filo di ricongiungimento tra Arianna ed il Minotauro - risentono delle suggestive e ben riconoscibili atmosfere del Tanztheater Wuppertal di Pina Bausch - di cui la stessa Stanzak è membro storico - e rivivono attraverso, con e sui corpi di Manuela e di Mattia, corpi che diventano segni poetici ed espressivi, corpi che vanno a ri-creare una spazialità, corpi che ridisegnano limiti e confini, quegli stessi che ognuno di noi può provare a superare, forse proprio ascoltando con amorevolezza e genuina com-passione la voce dell’Altro, per ritrovarvi l’eco perduta, inascoltata, o semplicemente dimenticata, della nostra stessa voce.
“ (…) Se il mio udito potesse percepire tutti i rumori del mondo, io sentirei i suoi passi. Magari mi portasse a un luogo con meno corridoi e meno porte! Come sarà il mio redentore? Sarà forse un toro con volto d'uomo? O sarà come me? Il sole della mattina brillò sulla spada di bronzo. Non restava più traccia di sangue. - Lo crederesti, Arianna? - disse Teseo - Il Minotauro non s'è quasi difeso."   ( Borges, La casa di Asterione )

 
Ilaria  Andaloro