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"Una storia d'amore" - Anton Cechov e Olga Knipper - Recensione di Anna MAFFEI


"Una storia d'amore" - Dall’epistolario di Anton Cechov e Olga Knipper, con Giulio Scarpati e Lorenza Indovina - Recensione di Anna MAFFEI
     

  • AutoreRecensione0:    Anna MAFFEI
  • email0:                   anasmaffei@alice.it
  • Titoloopera0:             "UNA STORIA D'AMORE"
  • AutoreTesto0:             F. NOCHER
  • Teatro0:                  IN TOURNE'E
  • Cittadirappresentazione1: NAPOLI
  • Genere0:                  Commedia
  • Lingua0:                  Italiano
  • Atti0:                    2
  • inscena0:                 Torino Erba 31/01/2006 05/02/2006 
  • Regia0:                   NORA VENTURINI
  • PrincipaliAttoriinscena0: GIULIO SCARPATI-LORENZA INDOVINA

 


Recensione:

“UNA STORIA D’AMORE” - Dall’epistolario di Anton Cechov e Olga Knipper - Con Giulio Scarpati e Lorenza IndovinaRecensione di Anna MAFFEI

Cercarsi, prendersi, lasciarsi, desiderarsi, ritrovarsi… Soffrire anche, ma amare e, soprattutto,‘vivere’!
Chi ha del teatro russo e dei suoi scrittori l’idea di qualcosa di austero, contegnoso magari anche noioso, con il Cechov di “Una storia d’amore”, dovrà ripensarci un tantino.
Nulla è “rimaneggiato” nel delicato e delizioso spettacolo di Nora Venturini con Giulio Scarpati   e Lorenza Indovina. Il lungo carteggio tra l’autore Anton Cechov e l’attrice Olga Knipper sono veri e propri dialoghi di scena perché scrivere lettere, da sempre, è”parlarsi”.
 Così, le citazioni delle opere  che lui scrive a Yalta e lei recita a Mosca e a Pietroburgo,s’incastrano fluidamente agli stralci delle missive, sempre attese da entrambi: cronache di fatti quotidiani, sfoghi amorosi, simpatici bisticci. Niente di melenso o melanconico. 
Piuttosto un Cechov sarcastico ed ironico (quale in fondo era), essenziale ma poetico perché lui, autore ‘nuovo’ del  teatro russo di fine Ottocento, sapeva che in poche parole si possono racchiudere un mondo, un mare di sentimenti, le riflessioni più intime.
E Scarpati così lo interpreta, pienamente: attraverso frasi regalate al pubblico con forza e subito dopo interrotte; nel muoversi sulla scena ora deciso e autoritario ora ammiccante e provocatorio, ora, ancora, debole per la malattia che lo pervade.
Un male che è sempre presente ma mai motivo di disperazione o di rinunce.
 Anton scrive,  critica i suoi stessi scritti, si arrabbia, si diverte, continua, quando può, la sua “missione” di medico. 
Progetta il futuro: un’unione, un figlio(che stava per nascere e poi non giunse mai)e, pian piano,‘ama’, come forse non aveva mai creduto di poter fare:”…un innamorato rimbambito e spudorato”-dice di sé.
Gli fa eco lei, Olga, l’attrice, l’amica e poi la “sua” donna, con le incertezze, le malizie, la vivacità e la forza che riesce ad infondere nel “suo” uomo.
La scena è su due piani: a destra il camerino dell’attrice, luminoso, vivo,con gli echi degli applausi di fine recita, piume di struzzo e cappelli; a sinistra una stufa a legna, una scrivania scura come gli alberi che s’intravedono dalla finestra, a testimoniare il grigiore dei giorni della malattia dell’ancor giovane Anton, a Yalta.
Ma in quel letto posto al centro, anch’esso per metà scuro e per metà colorato, si sciolgono le incertezze, i distacchi, i timori di un legame che poteva togliere ad ognuno la libertà ma che, soprattutto, poteva “scadere” in abitudine e distruggere un desiderio comune: amarsi ‘semplicemente’, nel rispetto delle volontà di entrambi, a dispetto anche delle ‘regole comuni’ dell’epoca.
Va assaporato lentamente, questo bel lavoro teatrale, giacché pian piano si arricchisce di elementi che offrono sempre più piani di lettura allo spettatore, fino a raggiungere l’amalgama  totale.
Bella la scena finale. Lei “racconta” soltanto della morte di  Anton in un sanatorio.
Lui si spense lì, con una coppa di champagne tra le mani….
Anton è lì, su quel letto, seduto, smunto e muto perché “fisicamente” non c’è più; ma quando lei si avvicina, come volesse cercare dei ‘se’ e dei ‘forse’ tra le vicende vissute insieme, egli continua a dirle che”…la felicità, cagnolino mio,la si può solo sognare, desiderare ma bisogna vivere,bisogna vivere…”
Olga, che visse per circa cinquant’anni ancora dopo la scomparsa di Anton, continuò a fare teatro e continuò a scrivere lettere a suo marito perpetuando quella “complicità” conquistata forse proprio attraverso il loro intenso epistolario e lasciando che l’ “Amore” avesse il sopravvento sulle consuetudini, il ben pensare, la morale e anche sulla morte.

                                                          ANNA MAFFEI