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PIPPO DELBONO: Dopo la battaglia - Recensione di Ilaria ANDALORO


PIPPO DELBONO: Dopo la battaglia - Recensione di Ilaria ANDALORO

      
     
Autore recensione: Ilaria Andaloro

Titolo Spettacolo: Dopo la battaglia
Breve sinossi: Un Viaggio nel tempo buio che ci circonda, un Viaggio nel mare delle nostre umane fragilità, un urlo lacerante che arriva come richiesta d'Amore, una passionale Danza danzata da corpi "imperfetti" che brillano di una speciale Bellezza.

Autore del testo: Pippo Delbono

Città in cui è rappresentato: Padova, Teatro Verdi
Genere: Dramma
Atti: 1
In scena dal...al (date): da martedì 3 maggio 2011 a domenica 8 maggio 2011

Elenco principali attori:
Dolly Albertin, Gianluca Ballarè, Bobò, Pippo Delbono, Lucia Della Ferrera, Ilaria Distante, Simone Goggiano, Mario Intruglio, Nelson Lariccia, Marigia Maggipinto, Julia Morawietz, Gianni Parenti, Pepe Robledo, Grazia Spinella e con Alexander Balanescu e Marie-Agnès Gillot

Regia: Pippo Delbono


PIPPO DELBONO: Dopo la battaglia - Recensione di Ilaria ANDALORO 

     

Recensione 

Dopo la battaglia

 

Pippo Delbono è un Artista di quelli rari, viene proprio da dire di quelli veri, se per Artista intendiamo colui che ha il coraggio di dare forma visibile e sensibile, attraverso le sue Creazioni, alle proprie idee, ai propri sogni e soprattutto ai propri incubi e ai propri “mostri”. Pippo Delbono, questo, lo fa ed ogni suo spettacolo risulta tanto più intenso, coinvolgente e forte, quanto più appare percepibile l’elemento autobiografico, l’eco del suo vissuto, che torna, scena dopo scena, tra una citazione e l’altra, a colpire lo spettatore alle viscere, come una lama, ma anche ad accarezzargli l’anima fragile, non per consolarlo – perché nella realtà mostrata dalle sue opere vi è davvero poco di consolatorio… - ma per un senso profondamente umano di compassione e di condivisione delle umane sofferenze. Per un comune, estremo, lacerante bisogno d’amore. Pippo Delbono non erige muri tra la sua dimensione privata e quella pubblica, ha la lealtà di dichiararsi per ciò che è ed il suo teatro vive di questo, di Verità. Ma è un teatro vero, anche perché veri sono i corpi che lo abitano, corpi imperfetti, corpi feriti, riscattati dal teatro, corpi che vivono di una loro, speciale Bellezza, corpi senza menzogna, come recita il titolo di un recente libro a lui dedicato ( cfr. Leonetta Bentivoglio, Pippo Delbono. Corpi senza menzogna, Barbès Editore 2009 ). Non dobbiamo avere la pretesa, forse, per altro, banale, accostandoci ad una sua rappresentazione, di trovarvi necessariamente una narratività. I suoi lavori, pensati nel segno di continue contaminazioni linguistiche, si compongono di immagini, di musiche, di luci, di parole, di partiture fisiche slegate da una storia, da una trama, tradizionalmente intese; sono quadri, belli e terribili, potenti sia dal punto di vista estetico-visivo che simbolico-evocativo. E così accade anche per la sua ultima creazione artistica, Dopo la battaglia, che così ci viene raccontata dal suo artefice: “Ogni mio spettacolo è una tappa che fa parte di un viaggio personale e di un viaggio nel tempo che ci circonda. Un tempo turbolento, questo, di contrasti, di violenze, di una libertà difficile da conquistare, ma anche di grandi rivolte, un tempo in fiamme. A volte mi piace pensare di essere già in un tempo nuovo, immaginando che quel tempo oscuro sia rimasto indietro, ma altre volte mi trovo ancora chiuso in una gabbia, asfissiato, dove sembra che non ci sia via d’uscita. Per questo spettacolo ho pensato ad un luogo vuoto, come quelle stanze vuote, memoriali di orrori passati, che però portano ancora forti i segni, i colori, gli odori delle prigioni. Ma pensando anche alle stanze della mente svuotate dopo le grida di passione, di amore, di rabbia, di dolore. Un bisogno di lucidità dopo la follia.” L’incipit della messinscena è dichiaratamente provocatorio e politico: in un’enorme stanza grigia e vuota – stanza del potere, ma anche stanza di oscuri segreti, che rinserra la nostra mente – sono collocate solo alcune sedie e si intravvede qualche porta, da cui fanno il loro ingresso trionfale e tronfio, l’uno dopo l’altro, sulle note solenni del Macbeth di Verdi, personaggi fortemente caratterizzati nell’abbigliamento, la maggior parte dei quali rimanda a ruoli istituzionali ben precisi, che si siedono a comporre un perfetto tableau, degno della mano di Velazquez. Dietro di loro, uno schermo che immortala il bacio di mano da parte, molto probabilmente, di un politico - nemmeno troppo difficilmente riconoscibile… - ad un alto prelato. La voce al microfono, fuori campo, dello stesso Delbono commenta la scena e racconta come è nato questo suo ultimo spettacolo, commissionato, in origine, dal Teatro Bellini di Catania, pensato come una grandiosa opera lirica che prevedeva la presenza di cantanti, di numerose comparse, di una vera orchestra, progetto poi naufragato a causa dei tagli economici alla cultura e forse per altre incomprensioni. Da subito la performance si arricchisce della presenza, sulla scena, della leggiadra étoile dell’Opera di Parigi Marie-Agnès Gillot e del virtuoso violinista rumeno Alexander Balanescu. Tutto, poi, parte, come una forte pulsazione,  come un unico flusso, nel quale siamo chiamati ad abbandonarci, nel quale siamo spinti ad immergerci - come in quell’onda, presente sullo schermo, in un mare naufragante mosso dalle note del Lago dei Cigni -  se crediamo di volerla attraversare, quella stanza grigia, guardando in faccia la bruttezza di questo nostro tempo fatto di meschinità, di mediocri scandali, che hanno reso mediocre lo stesso uomo, perché, come lo stesso Autore dello spettacolo ci ricorda, i dementi non si trovano dentro ( i manicomi, le carceri, i luoghi di prigionia… ) ma sono tutti fuori. E proprio Pippo Delbono è chiamato, di volta in volta, ad incarnare il ruolo di narratore, di commentatore, ma anche di demiurgo/stregone, come quando, da sotto il palco, si ritrova ad urlare, in maniera sempre più concitata, ai personaggi in scena, totemici ed inquietanti, Andatevene via! I demoni sono stati cacciati; il rituale s’è compiuto. E soprattutto, in questo spettacolo, si danza; commovente e straziante l’assolo di Pippo attorno ad una sedia, così come la danza tribale di Grazia Spinella, quella intensa di Marigia Maggipinto, nel ricordo della compianta Pina Bausch e la danza finale delle rose rosse che porta sul palco una ventata di struggente malinconia. I camaleontici, iconici, straordinari attori della Compagnia Delbono non parlano mai, ma non ve n’è bisogno, poiché la loro presenza scenica è già completamente piena e carica di energia. Pippo, invece, legge, quasi sempre, al microfono, con la sua voce penetrante, respirante, cavernosa e calda ad un tempo – che sussurra, che declama, che urla - le parole degli Autori amati, tra cui si riconoscono quelle di Pasolini, Artaud, Kane, Rimbaud, Kafka, Whitman, voce che in Dopo la battaglia assume un ruolo davvero centrale. Ma il vero “protagonista” sembra essere proprio Bobò, che anche qui torna a commuoverci con i suoi gesti poetici, con la sua personalissima ed incisiva intelligenza scenica, con la sua semplice Bellezza ma soprattutto per il legame speciale che sappiamo legarlo a Pippo, che gli dedica l’intero spettacolo: “A questo piccolo grande uomo che mi ha ridato la vita”. Dopo la battaglia è un invito, dilaniante e struggente ad un tempo, a prendere coscienza dell’insana follia dei nostri tempi, a rifiutare le subdole seduzioni del potere e a guardare con più speranza e coraggio Altrove, lontano, dove non esistono emarginazione, esclusione, diversità; è un inno a credere che l’amore abbia in sé, sempre e comunque, un potere salvifico, perché, come ci ricorda lo stesso Autore, dopo la battaglia, dopo qualsiasi personale battaglia, restano il dolore, il silenzio, la malinconia ma, forse, alla fine, resta anche un po’ di pace.

                                                                                                                                                               Ilaria  Andaloro