Teatro di Nessuno, laboratorio e seminari di teatro a RomaIl Quaderno di Nessuno: Recensioni teatrali


Archivio: leggi tutte le recensioni

Le cirque invisible - Recensione di Ilaria Andaloro


Le cirque invisible - Recensione di Ilaria Andaloro

      
     
Autore Recensione: Ilaria Andaloro 

E-mail: ilariandaloro@libero.it

Titolo Spettacolo: Le cirque invisible


Breve sinossi : Due ore di puro incanto, di trionfo della metamorfosi, della fantasia, dell'abilità tecnica, del teatro di altissimo livello capace di meravigliare e di portare "altrove".

Drammaturgia: Victoria Chaplin, Jean Baptiste Thierrée

Città in cui è rappresentato: Trento

Genere: Teatro Circo

Atti: 2

In scena dal...al (date): Dal 24 al 28 dicembre 2014

Elenco principali attori: Victoria Chaplin, Jean Baptiste Thierrée

Regia: Victoria Chaplin, Jean Baptiste Thierrée 


Le cirque invisible - Recensione di Ilaria Andaloro      
     
 

 

 

RECENSIONE

 

E’ di pura meraviglia che si riempie lo sguardo di fronte al raffinatissimo e visionario petit cirque partorito dalla straordinaria coppia di artisti, Victoria Chaplin e Jean Baptiste Thierrée, che grazie a questo oramai collaudatissimo, ma sempre stupefacente spettacolo, rappresentato in tutto il mondo da venticinque anni, ci ricordano come la tecnica, quando si incontra con l’originalità e la creatività, possa generare momenti artistici di altissimo livello. La parola, qui, è assente, trattandosi di una performance pressoché muta, tranne i momenti in cui Thierrée parla in una specie di buffo grammelot, ma sono fortemente presenti la fantasia, la facoltà immaginativa, la poesia. In un’epoca completamente tecnologizzata quale la nostra possono fortunatamente aprirsi ancora spiragli di rarefatta magia e di puro incanto grazie a pochissimi oggetti di scena e nell’assenza di effetti speciali, recuperando quel teatro povero che, affondando le sue radici in una nobile tradizione, permette di esaltare l’abilità di un corpo poetico e le sue infinite potenzialità espressive. Rincuora molto, questa possibilità; ci si sente vivi nella consapevolezza che il nostro stupore, pur non essendo più bambini, possa essere immediatamente riacceso dalla mimica dolce e versatile di Jean Baptiste, puer senex, romantico e stralunato Pierrot, fool shakespeariano, ironico Arlecchino, così come dall’aria trasognata, stupita e leggiadra di Victoria, figlia d’arte, minuta ma fortissima, la quale deve al padre l’indubbio talento. Sembra uscita da un mondo altro, questa coppia, sul palco e nella vita, di artisti a tutto tondo, complementari se pur volutamente opposti, qui, nel loro Cirque invisible, alternati in veloci numeri solisti e che talvolta interagiscono. Sembrano davvero usciti da una di quelle buffe e colorate valigette portate in scena da Jean Baptiste o dalle pagine di un libro di fiabe di Grimm. La loro complicità è forte, commovente e funzionale alla messinscena, permettendo di attivare e potenziare un’analoga complicità tra loro stessi ed il pubblico. Dal loro sodalizio artistico è nata, non a caso, quell’importante rivoluzione estetica e poetica che ha dato poi origine al fenomeno del nouveau cirque e del circo-teatro. Ogni momento narrativo nel Cirque invisible appare naturale e semplice, nelle due ore in cui scorre lo spettacolo, eppure i numeri e le gag dei due interpreti, soli sulla scena, in continuo movimento all’interno di un cerchio che ricorda la pista circense, celano un controllo impeccabile su corpo ed emozioni, una conoscenza perfetta di ogni pratica teatrale, dal mimo alla clownerie, dalla danza all’illusionismo, dalla jocolerie all’acrobatica, fino al Teatro Nō. E c’è, inoltre, tanto Teatro dell’Assurdo, tanto Teatro di Strada e tantissima Commedia dell’Arte, in questo circo surreale e magico, soprattutto nel rispetto impeccabile dei tempi teatrali e nel preciso meccanismo ad orologeria che scandisce il ritmo sempre sostenuto della performance. E’ tutto un fluire, quasi barocco, di colori e di forme, in continua mutazione e trasformazione, di invenzioni piccole ma precise e perfette, in cui Thierrée riveste il ruolo di ironico ed istrionico clown e di mago illusionista, un po’ improbabile  e pasticcione, capace di dissacrare e parodiare i tradizionali numeri di magia, di farci ridere ai suoi tentativi di rompere bolle di sapone con il martello o al suo farci apparire, dal nulla, animali reali quali conigli ed oche, mentre la Chaplin dà prova di tutta la sua maestria di attrice-danzatrice-acrobata incantandoci con il suo numero da funambolo che volteggia sopra la fune, con la sua toccante trasformazione in luminosa donna-orchestra che esegue un concerto con utensili da cucina, di cui è formato il suo stesso costume, o come quando, camaleontica, si trasforma in destriero dalla criniera argentea e in molte altre creature oniriche. Victoria è come un elfo magico, un folletto, una fata che trasforma tutto ciò che tocca; diviene dama settecentesca, vaso di fiori, dragone, sedia a dondolo, guerriera-danzatrice con i suoi meravigliosi ombrelli che la mutano, infine, in pavone in amore, trascinandoci, in qualsiasi magia venga compiuta, nel suo ricchissimo immaginario poetico. Scorrono davvero tanta lirica e tanta musicalità in questo spettacolo, in grado di assegnare dignità e valore simbolico-poetico ad ogni oggetto utilizzato, che si trasforma sempre in qualcosa d’altro, creando un’atmosfera densa di emozione e di sogno, come quando i due artisti mettono in scena un tenero corteggiamento amoroso tra biciclette. E’ uno spettacolo anche molto visivo e pittorico, nel quale sono chiari i riferimenti iconografici, sia nei costumi che nelle atmosfere, a Botticelli e al Rinascimento italiano, a Van Gogh, all’Impressionismo, a Magritte e al Surrealismo. E’ il trionfo della mutazione, dell’illusione, dell’innocenza, della sospensione magica, della purezza, della creatività, dell’artigianale che diviene arte, dell’illogico che diviene ordinario, dunque del non sense, ma è anche e soprattutto una grandissima lezione di teatro, che in sole due ore presenta davanti ai nostri occhi, pieni di meraviglia, tutti i generi, tutte le forme, tutte le possibilità di quest’arte, compresa la facoltà di continuare ad incantare. Ed in sole due ore ci si affeziona spontaneamente a Victoria e Jean Baptiste, come ad amici conosciuti da sempre. E’ quel sentimento che cela una gratitudine verso chi ci ha regalato il più prezioso dei doni: la voglia di continuare a sognare e di rincorrere quella profonda leggerezza che sembra, nel quotidiano, sempre troppo lontana.

Ilaria  Andaloro