Teatro di Nessuno, laboratorio e seminari di teatro a RomaIl Quaderno di Nessuno: Recensioni teatrali


Archivio: leggi tutte le recensioni

Il berretto a sonagli, recensione di Laura Belli


Il berretto a sonagli, recensione di Laura Belli

 

 

Io sottoscritto
Laura Belli

E-mail
solomascherenude@gmail.com

Vuoi che la Tua mail sia visibile?
Yes


Titolo Spettacolo
il berretto a sonagli

Breve sinossi 
Un modo di leggere un classico che non stravolge,ma avvolge. Il Teatro che racconta una storia. Uno spettacolo che non vuole reinventare Pirandello, ma solo “metterlo in scena”.

Autore del testo
L. Pirandello

Città in cui è rappresentato
Prato

Genere
Commedia

Atti
2

In scena dal...al (date)
21-25 marzo 2018

Elenco principali attori
con Daniele Griggio, Monica Menchi, Alessio Sardelli, Tommaso Carli, Gabriella Santini, Maria Cristina Valentini, Serena Di Mauro.
Luci di Alessandro Di Praia e Chiara Nardi
Assistente alla regia Antonella Miglioretto


Regia
Daniele Griggio


Il berretto a sonagli, recensione di Laura Belli

 

“ Possibile che io col mio senso del teatro, col mio senso di misura, mi sia ingannato, smarrito, perduto nello scrivere una commedia, non costruita affannosamente e faticosamente, ma venuta di getto in meno di 7 giorni: nata e non fatta? “ scriveva nel 1917 Pirandello a Martoglio, direttore teatrale che si occupò della prima messinscena dell'opera. Un contenitore dei veleni non espressi nella nascente Liolà, fu scritto da autorevoli critici successivamente; indiscutibilmente l'unico testo in due atti della prima produzione pirandelliana che scavalca tutt'oggi agilmente gli anni, trascinando nella sua rappresentazione i processi di mutazione e sperimentazione dell'epoca, portandoli all'attenzione degli spettatori con una carica di attualità che rende ancor più eccezionale  la creatività letteraria del genio dello scorso secolo. 

Parlare di tragicommedia è la modalità più consona per rappresentare a parole il particolare uso della ragione, gli intrecci e le fusioni fra sublime e decadenza, che Pirandello compie in maniera spesso ostentatamente critica ne “il berretto a sonagli”. Un “classico” moderno che già allora preannunciava una contemporaneità permanente e, proprio per questo, nell'epoca in cui sono finite anche le ere delle de-costruzioni della significazione del testo pirandelliano e delle sue forme, raffigura un'enorme sfida: tornare alla pura rievocazione degli intimi intenti dell'autore, “caduto una notte come una lucciola nel suo involontario soggiorno sulla terra”.

Una sfida magistralmente vinta dalla Compagnia del Teatro Borsi di Prato, con una raffigurazione fedele della tensione fra l'apparire e l'essere delle maschere nude, quelle figure retoriche dell'impossibilità di pirandelliana definizione che spesso hanno impedito negli anni scorsi ad altri professionisti di valorizzare appieno i vari contenuti narrativi, forse perché incapaci al contrario di ciò che avviene in queste sere di aggiungervi i reagenti di scena che Pirandello usò poi indicare nei successivi testi teatrali da lui creati.

Ed ecco che la porta di ingresso di casa Fiorìca è collocata ai piedi del palco, in platea; mentre gli attori rimandano il pubblico a sceneggiature che culmineranno nei “sei personaggi in cerca d'autore”, la regia di Griggio non sconvolge l'opera ma rende concreto quell'intento pirandelliano di replica dell'accadimento che va ben oltre la rappresentazione e la messa in scena. Proprio Griggio interpreta Ciampa, il personaggio che in questa opera è il “medium” di Pirandello, ruolo che l'autore attribuiva a sé stesso come regista di tutti gli elementi, sia attori che pubblico. Quel Ciampa rappresentato da Musco la prima volta nel 1917 e al quale Pirandello rivolse i dubbi circa il presagio da lui manifestato che il personaggio non fosse credibile sulla scena perché troppo prolisso in discorsi di incerto significato. Ma mentre Musco all'epoca tagliò il testo e contemporaneamente personalizzò decisamente il personaggio, Griggio rimane fedele alla sceneggiatura originale e favorisce allo stesso momento l'identificazione del “medium” voluto dall'autore. Lo fa con i registri espressivi a sua disposizione, quali il timbro della voce che muta mentre recita le battute intrise dei messaggi che Pirandello voleva passassero al pubblico, oppure utilizzando uno stile vagamente cantilenante in certi passaggi, come a rimarcare il cambio di registro. Insomma, mentre suoi indiscutibili predecessori usavano puntare sulla caratterizzazione di Ciampa in svariati modi (Eduardo ne sfumava i sentimenti come a voler rafforzare l'isolamento verso gli altri personaggi, usava la mimica facciale per mostrare le reazioni dell'anima come guizzo alla rassegnazione del non replicare verbalmente; Randone ne lasciava intendere l'inquietudine; Peppino ne portava in scena la sommessa disperazione al limite della rassegnazione), Griggio impersona quel Ciampa consapevole della propria condizione ma che in nulla si discosta dalla creatura di Pirandello che “prenderebbe il pupo suo e gli sputerebbe in faccia”.

Se Ciampa appare quindi come una delle più riuscite personificazioni di quanto ogni lettore contemporaneo possa immaginarsi nel leggere il testo, altrettanto si può dire della Beatrice della quale Monica veste i panni. Non è azzardato il confronto con la Ippolito che nella regia di Eduardo faceva di Beatrice una donna carica di emozioni ma disperata, che urla di rabbia e poi piange spaventata sotto il carico delle stesse. Monica invece porta in scena una donna animata dalla vendetta, quasi fosse nella sua condizione l'unica modalità di riscatto in suo possesso, dando voce a tutta quella rivendicazione femminista che nel testo e nelle intenzioni dell'autore furono solo accennate, forse perché consapevole che la società borghese dell'epoca non avrebbe gradito un esplicito attacco alla connaturata misoginia che le apparteneva.

E' Beatrice a tenere sulla scena i fili di tutti i “pupi” presenti; è lei che incessantemente per tutto il primo atto tocca nevroticamente quelle corde invisibili, non solo le sue tre (civile, seria e pazza), mentre lo svolgersi degli eventi così come da lei programmato porterà quei fili a dissolversi e le tre corde di ciascuno a intricarsi con quelle degli altri senza più freni.

La pazzia e la verità si sostituiscono vicendevolmente nel finale;il berretto a sonagli sembra volteggiare alternativamente sui vari attori, calando prima su uno, poi su di un altro, fino a quando Ciampa riporta tutti al riparo dalla realtà e dalla sofferenza, rientrando assieme a loro in un mondo allucinato.

La verità è stata punita. Ognuno prende il proprio pupo e lo ricolloca al suo posto, chissà se consapevole che prima o poi scalcerà di nuovo fino ad uscire prepotentemente. Non possiamo dimenticarci della Saracena che, con un abbigliamento fuori epoca, all'inizio dello spettacolo ci lascia addosso il segno che la storia che abbiamo vissuto ci appartiene. Oggi più di quanto non vogliamo ammettere al nostro, di pupo.

Grazie alla bravura di ogni singolo componente della compagnia per aver permesso di assistere alla rappresentazione perfetta - in ognuno dei suoi piani, anche quelli di più difficile lettura- di un'opera intensa ma troppo spesso sottovalutata e a volte martoriata nell'esser replicata. Complimenti!