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Anna k, una vivisezione di me, recensione di Giulia Bossi


Anna k, una vivisezione di me, recensione di Giulia Bossi

 

Titolo Spettacolo
Anna k, una vivisezione di me

Breve sinossi 
in scena gli ultimi 10 secondi della vita di Anna Karenina di Tolstoj

Autore del testo
Debora Virello

Città in cui è rappresentato
MILANO

Genere
Dramma

Atti
1

In scena dal...al (date)
6-11 marzo 2018

Elenco principali attori
Debora Virello

Regia
Debora Virello

 


Anna k, una vivisezione di me, recensione di Giulia Bossi

 

 

Dal 6 all’11 marzo presso la Sala Cavallerizza del Teatro Litta di Milano è andato in scena Anna K-Una vivisezione di me, per la produzione MTM.

Lo spettacolo è davvero sui generis, a partire dalla sala, che non è una comune sala di teatro con palco e platea: è una sala antica in mattoni rossi, lunga e stretta, dove le sedie sono disposte sui due lati lunghi e lo spazio per la recitazione è il corridoio tra le due schiere di sedie e panche rialzate.

Quando il pubblico entra, trova già in scena una donna seminuda- indossa solo una maglietta di cotone e un perizoma- sdraiata sul divano che sta in fondo al tunnel tra le due file di posti a sedere: è Debora Virello, unica attrice e regista, che interpreta Anna K, un personaggio ispirato ad  Anna Karenina ma  che in realtà ha poco a che fare con l’eroina tolstojana: la rimodernizzazione della vicenda ha portato a un distaccamento quasi totale con lo spunto originario, per cui Anna Karenina è un’idea di fondo, mentre al pubblico si presenta questa donna gonfia, sfatta e che non parla. Avete capito bene: l’attrice non apre bocca per tutta la durata dello spettacolo, provocando una reazione di disagio nel pubblico, che si aspetterebbe uno spettacolo su Anna Karenina e invece si trova davanti ad un dramma dalla trama inesistente, dove il tema centrale è una depressione senza uscita. Debora Virello-Anna K osserva con occhi stralunati il pubblico – sempre indossando maglietta e perizoma- e si ingozza di popcorn che poi scaglia ovunque, a terra e sugli spettatori, per poi andare a prendere un’aspirapolvere e una scopa che passerà sui piedi degli spettatori stessi per pulire (una coppia se ne andò quando l’attrice passò loro la scopa sui piedi).  L’attrice non sembra essere entrata nel personaggio, la sensazione è che stia recitando sè stessa e la sua personale depressione, non quella di Anna K! Più che uno spettacolo teatrale appare una performance artistica, il pubblico è molto a disagio e davanti a sé ha una donna che non parla se non attraverso delle registrazioni che vengono trasmesse dal fonico (unico altro componente in scena oltre all’attrice-regista). Lo spettacolo è destabilizzante, 50 minuti che passano lentissimi e che sembrano 2 ore. Sta di fatto che lo spunto iniziale, partito dall’Anna Karenina di Tolstoj, sembra essere stato un po’ lasciato indietro, abbandonato: è una performance sulla depressione tout court e della depressione mette in scena i sintomi più fastidiosi e insopportabili; il desiderio di scappare via è grande, soprattutto davanti ad un’attrice che vaga davanti agli spettatori e non parla: estenuante. Personalmente, sono andata via insoddisfatta pensando: “Almeno qualche battuta potevi pronunciarla?”. A mio parere, senza recitazione verbale lo spettacolo è a metà e quella dell’attore/attrice afasico/a è una novità che mi lascia perplessa e fatica a convincermi.