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Eugenio BARBA: l'Albero e le sue radici


3004 iscritti / anno XVIII,  n ° 97 - 4/2019


Eugenio BARBA: l'Albero e le sue radici

Uno spettacolo che cresce leggendo i giornali

Eugenio Barba L'Albero
Foto Rina Skeel

Nei primi mesi del 2019 l’ Odin teatret di Eugenio Barba è stato Roma con mostre, seminari, performances e lo spettacolo L’ALBERO.

Nel foyer del teatro Vascello, dove si è replicato lo spettacolo L’Albero, erano in vendita una ricca messe di pubblicazioni: dvd, libri, manifesti e un volumetto “L’albero”, sulla genesi dello stesso spettacolo.

Eugenio Barba me ne ha regalato una copia.

Come nasce l’idea di uno spettacolo ? Come si sviluppa nel regista ? Quale è l’approccio degli attori ?

Tutto questo, ed altro, c’era nel prezioso volumetto.

Ci fa piacere riportare il primo breve saggio, quello in cui Eugenio Barba ci racconta come si è sviluppato lo spettacolo.

Ringraziamo Eugenio Barba per il permesso alla pubblicazione



Eugenio Barba: L'Albero e le sue radici

Uno spettacolo che cresce leggendo i giornali

 

 

eugenio barba l'albero
Foto Rina Skeel

Come mostrare un sacrificio umano a teatro? Perché farlo? Per esorcizzare il proprio sgomento? Per sfida professionale? Perché è qualcosa che va al di là della mia comprensione? Un uomo immola freddamente un altro uomo, una donna, un bambino: voglio fare uno spettacolo su questa situazione che leggiamo ogni giorno nei giornali. “Volare” è la prima parola provvisoria che mi è passata per la mente come titolo provvisorio. Apre a nuovi modi di pensare e a immagini lontane, capaci di ispirare gli attori e me nella prima fase delle prove. Il titolo di uno spettacolo ne è la premessa. Dovrebbe anche essere una promessa a “svolazzare” alto.

 

Il teatro ci permette di lasciare quello che abbiamo e conosciamo per quello che desideriamo e che ignoriamo di sapere. E’ una tecnica per scappare da casa, e questa fuga costruisce una casa. La casa sembrerebbe lo spettacolo – transitorio e pronto ad essere spostato in diversi luoghi. Ma questo è solo il miraggio della casa: un’illusione come l’amore o la celebrità. La casa di cui parlo ha fondamenta flessuose: le relazioni di lavoro che maturano ed evolvono con il tempo. La casa si costruisce con slanci di passione che si rivolgono vivi e a morti. Il passare degli anni e l’esperienza che annebbia la vista trasforma le passioni in confidenza, tenerezza, appartenenza. Nomadismo di legami che il tempo calcifica.

 

Judy mi ha messo da parte un articolo di Jonathan Stock nel Der Spiegel e pubblicato nel quotidiano danese Politiken nel novembre 2013: “Un cannibale e criminale di guerra ha fiducia nella salvezza di Dio.” Joshua Milton Blahyi, nato nel 1971, e soprannominato “Il generale tutto nudo”, comandava un piccolo esercito di bambini soldato durante la prima guerra civile in Liberia nel 1990. Noto per le sue maniere selvagge ed eccentriche, guidava all’attacco le sue giovani truppe tutto nudo, ma con le scarpe. Sacrificava regolarmente una vittima umana prima di un combattimento, di solito un bambino il cui sangue avrebbe soddisfatto gli spiriti e avrebbe reso invulnerabili lui e i suoi giovani guerrieri.

Blahyi ha riflettuto a lungo quando i nove membri della Commissione della Verità hanno chiesto quante erano state le sue vittime. Ha risposto: “Almeno 20.000”. Ha aggiunto: “Ho reclutato bambini di 9-10 anni. Ho piantato in loro la violenza spiegando che uccidere era un gioco. Quando ferivo o uccidevo un nemico ne aprivo il petto e divoravo il suo cuore ancora palpitante. Il cadavere lo lasciavo ai miei bambini-soldato che lo tagliavano a fette per diventare insensibili verso il nemico.” I suoi bambini soldato scommettevano se una donna gravida lo fosse di un maschietto o una bambina prima di squarciarle il ventre e scoprire chi avesse ragione.

Dopo la guerra civile, Blahyi si è convertito al cristianesimo ed è diventato predicatore evangelico. Attualmente è Presidente della End Time Train Evangelistic Ministries Inc, con sede centrale in Liberia. E’ sposato al pastore Mrs. Josie e ha quattro figli.

 

Il libro di Stephen Ellis The Mask of Anarchy. The destruction of Liberia and the Religious Dimension of an African Civil War tratta della guerra inter-tribale in Liberia 1999-2003: 250.000 mrti, un milione di persone in fuga dal paese, 20.000 bambini-soldato si coprono il viso con maschere di Halloween e parrucche di donna, divorano i cuori delle vittime e decorano gli incroci delle strade con ossa di morto. I generali delle varie milizie e fazioni prendono nomi dai film, dai giornali e dalla religione: generale Rambo, generale bin Laden, generale Satana. L’autore descrive il ruolo fondamentale della religione e dei rituali nello sviluppo e nell’intensificazione della brutalità di questa guerra. “La preparazione spirituale delle reclute era tanto importante quanto il loro addestramento militare. Parte della preparazione consisteva in un rituale reminiscente di cerimonie tradizionali d’iniziazione durante il quale i giovani combattenti erano tatuati sulla fronte o ricevevano tagli sulle guance per renderli invulnerabili. A volte si sparava contro di loro con fucili caricati a salve per dimostrare che la protezione era efficace.”

 

Nando Taviani, il nostro consigliere letterario, mi racconta di un contadino che ha un pero che non dà più frutti. Lo abbatte e con il legno costruisce un crocefisso con il Salvatore. Suo figlio si ammala gravemente. Il contadino si inginocchia davanti al crocefisso e supplica Cristo di salvare il figlio ammalato. Il figlio muore. Il contadino inveisce: “ Quando eri un pero non davi frutti, sostieni il figlio di Dio e non fai miracoli”. Il contadino volta le spalle e va via. Il crocefisso fiorisce e si copre di pere.

Primo abbozzo narrativo: un contadino si crede Cristo e pianta un pero. L’albero cresce morto. Ne fa una croce e crocifigge se stesso. La madre di un bambino soldato porta il figlio morto e chiede di risuscitarlo. Blahyi, il signore della guerra liberiano, arriva e, come il Grande Inquisitore di Dostoievskij, la manda via. L’albero/crocefisso fiorisce e si copre di pere. Un’altra possibilità: il contadino, appeso alla croce, consiglia alla madre con il cadavere del figlio tra le braccia: seppellisci il tuo morto perché rinasca come fiori e frutta.

L’albero è una scultura vivente. Cresce sotto gli occhi dello spettatore come un cadavere in piedi. Una bambina si arrampica tra i suoi rami, gioca, sogna, scruta l’orizzonte, parla agli uccelli. L’albero è abbattuto a colpi di accetta. Un ramo viene spezzato e messo di traverso come una croce in attesa del primo innocente che passi. L’albero geme quando viene colpito. Sanguina: sangue bianco, denso e melmoso come pus. Arriva un bambino soldato che trasuda sangue bianco. Si abbracciano. L’albero fiorisce.

Potrebbe essere l’albero del bene. Un bambino buono vi è legato con una catena, come un cane. Sogna quello che fa il bambino malvagio. Il bambino è la voce della speranza. Abbaia: “Questo albero senza foglie sfamerà l’umanità”. Una bambina sull’albero gioca con le sue bambole, racconta favole e, per farle addormentare, canta loro una ninna nanna.

 

L’albero in Giappone. Tre haiku di Basho:

 

Affaticato

mentre cerco l’albergo

mi scopro sotto i fiori di un albero.

 

Sotto l’albero

tutto si copre di petali di ciliegio

pure la zuppa e il pesce sotto aceto.

 

La primavera parte

pianto degli uccelli sugli alberi

e lacrime negli occhi dei pesci.

 

Trovato il secondo personaggio di Volare: un signore della guerra europeo. Il serbo Željko Ražnatović (1952-2000), conosciuto sotto il nome di Arkan, la tigre. Era il criminale più ricercato dall’Interpol per i suoi assalti alle banche e gli omicidi commessi in vari paesi europei negli anni ‘70 e ‘80. Sicario della polizia segreta jugoslava, aveva il compito di liquidare gli oppositori del regime in esilio all’estero. Durante la disintegrazione della Jugoslavia (1991-1999) creò una forza di giovani para-militari, che con il nome di “tigri di Arkan” iniziarono i primi massacri di pulizia etnica e parteciparono a molti altri con le forze armate serbe. Arkan è stato il più spietato e potente signore della guerra nei Balcani, accusato dall’ONU di crimini contro l’umanità. Morì assassinato nel 2000. Più di 200.000 civili sono stati uccisi in Bosnia e Croazia, decine di migliaia di donne violentate, alcune di loro più di cento volte, mentre i loro figli e mariti erano battuti e torturati nei campi di concentramento di Omarska e Manjaca. Milioni hanno dovuto abbandonare le loro case durante il processo di pulizia etnica.

Il massacro di Srebrenica è stata la peggiore operazione di pulizia etnica in Europa dopo la seconda guerra mondiale. Il massacro cominciò il 6 luglio 1995, quando le truppe serbe agli ordini del generale Ratko Mladić e i paramilitari serbo-bosniaci di Željko Ražnatović, la “tigre” Arkan, avviarono un’offensiva nei confronti della città bosniaca di Srebrenica a maggioranza musulmana. Nella sola giornata dell’11 luglio 1995 tolsero la vita a 8.372 persone. Secondo numerose associazioni i morti sarebbero stati oltre 10.000.

Srebrenica fu la prima “zona sicura” al mondo creata dalle Nazioni Unite. I militari olandesi del DUTCHBAT stazionati per proteggere la popolazione locale musulmana, consegnarono 300 persone rifugiate nella loro caserma alle truppe serbe. Secondo alcune testimonianze i DUTCHBAT aiutarono i serbi a separare donne, bambini e anziani dagli uomini che vennero massacrati. Negli anni ‘90 le accuse rivolte dalla stampa olandese ai DUTCHBAT furono feroci e molti militari di stanza in Bosnia soffrirono di sindrome da stress post-traumatico. Il 4 dicembre 2006 il Ministro della Difesa olandese decorò con cinquecento medaglie il battaglione di pace che aveva il compito di proteggere Srebrenica. Il 16 luglio 2014 un tribunale olandese emise una sentenza storica: il DUTCHBAT, il battaglione dei caschi blu dei Paesi Bassi, che nel 1995 era schierato a protezione dell’enclave musulmana, non difese adeguatamente i civili. Lo stato olandese è quindi responsabile della loro morte.

 

Un po' di filosofia. La funzione che Aristotele assegna al teatro: confrontare lo spettatore alla compassione e all’orrore della condizione umana. Sembrerebbe un Brecht contemporaneo. O sono io che interpreto male?

 

Decapitazioni. Tutta la mia cultura è piena di teste mozzate. Le ho ammirate in tante opere d’arte nei musei che sono l’orgoglio delle capitali europee: Perseo e la Medusa, Giuditta e Oloferne, le decapitazioni da parte di Achille, Agamennone, Diomede e Patroclo nell’Iliade, Salomè e San Giovanni Battista, Cicerone, san paolo, Anne Boleyn, Thomas More (l’ingegnoso inventore dell’Utopia), Mary Stuart, André Chénier, Danton (liberté, égalité, fraternité). Nella roma imperiale, la decapitazione era la pena di morte riservata ai cittadini romani poiché ritenuta rapida e non infamante; per gli schiavi, i ladroni e gli stranieri, invece, si applicava la crocefissione. Fino al XVIII secolo in Europa la decapitazione era considerata un metodo di esecuzione “onorevole” riservata ai nobili; i borghesi e i poveri erano puniti con metodi dolorosi, come lo squartamento.

 

Le Monde, 3 agosto 2014. Nel nord dell’Iraq, soldati di ISIS – lo Stato Islamico – attaccano e occupano la città di Sinjar abitata prevalentemente da yazidi. I soldati di ISIS seppelliscono vivi numerose donne e bambini, trucidando uomini e vecchi in un massacro che è definito genocidio. 200.000 persone si rifugiano sulle montagne circostanti senza acqua e cibo. Nel villaggio di Kojo, la popolazione riceve l’ultimatum dagli jihadisti di convertirsi o morire. Molti anziani si rifiutano e vengono fucilati. Migliaia di donne e bambini sono rapiti, dati come bottino a soldati jihadisti o venduti come schiavi. Le donne sono violentate, spesso esaminate prima da dottori per controllare se sono vergini o incinte. Chi sono questi yazidi? Una minorità religiosa distribuita nei distretti di Mosul (Iraq), Diyarbakir (Turchia), Aleppo (Siria), Armenia, Caucaso e Iran. La loro religione combina elementi zoroastriani, manichei, ebraici, cristiani e islamici (Encyclopedia Britannica).

 

Ancora due personaggi di Volare. Sono due monaci yazidi che, nel loro eremo nel deserto della Siria, scoprono che gli uccelli sono volati via. Per invogliarli a tornare, piantano un albero che darà ombra e cibo. Lo curano con acqua, concime e preghiere. L’albero cresce, maestoso e possente. Ma è secco, morto. I due monaci si affannano a riportarlo in vita, farlo fiorire e dar frutta. Cantano, fanno penitenza, costruiscono nidi, si dedicano ad arcaiche cerimonie di magia. Intorno a loro, gesta di guerra, obbrobri e barbarie si avvicendano imperturbabili.

 

Quotidiano danese Politiken, 21 gennaio 2015. Dimostrazioni contro la Francia in Pakistan, Iran, Cecenia, e in diversi paesi africani a causa dei disegni su Maometto pubblicati su Charlie Hebdo. A Gaza viene bruciata la bandiera francese per strada. In Niger si appicca fuoco alle chiese cattoliche e si uccidono i cristiani per strada.

 

Prime prove di Volare (Colombia, febbraio). Guardo i miei attori svolgere il loro lavoro. Si aggirano cauti, quasi diffidenti, intorno all’albero secco dei due monaci yazidi. E’ la garanzia per uno spettacolo che dovrebbe inserire una spina nelle nostre certezze. Erano i mapuche o gli haida che dicevano: gli alberi sono le colonne del mondo. Quando gli ultimi saranno tagliati, il cielo cadrà sopra di noi.

 

I poeti dicono: “Le foreste precedono i popoli, i deserti li seguono” (François-René de Chateaubriand). “L’albero addormentato pronuncia oracoli verdi” (Octavio Paz). “Il frutto è cieco. Chi vede è l’albero” (René Char).

 

Tu vedi lo spettacolo e lo spettacolo vede te. Questa doppia visione – relazione o consapevolezza appena intuita – illumina e disturba. Riconoscere, associare, intendere,organizzare i dati che i sensi registrano e la memoria ha già immagazzinato: il cervello umano non smette di operare in questo modo. E’ un riflesso naturale nello spettatore la necessità di afferrare l’idea generale dello spettacolo: di che si tratta, che racconta, chi è questo personaggio, perché dice o fa qualcosa. Questo processo cognitivo dà sicurezza e gratificazione. Ma quello che trascende questo processo e rende incomparabile lo spettacolo teatrale come esperienza di un’esperienza è la capacità animale degli attori. E’ la loro capacità di dare vita a una fitta trama di dettagli sensoriali che colpiscono la parte rettile e limbica del cervello e penetrano nella fisiologia arcaica e nel più profondo della biografia del singolo spettatore: gesti apparentemente incoerenti nel contesto di una data situazione; movimenti enigmatici o solo in parte riconoscibili; ritmi sfasati; forme e colori; orchestrazione di parole, suoni, assonanze e intonazioni; azioni-reazioni come una discontinua linea musicale; simultaneità e successione di immagini, concetti, avvenimenti, silenzi e immobilità; pluralità di scansioni contrastanti – un flusso che ostacola l’intendimento dello spettatore, che spinge a scrutare a lungo un dettaglio e risveglia il riflesso di stare in guardia. Questa giungla di dettagli genera la vera visione dello spettacolo, una visione sconnessa, che non si lascia addomesticare a spiegazioni concettuali. Questa visione appartiene al dialogo solitario dello spettatore con se stesso durante e dopo lo spettacolo. Lo spettatore, come un entomologo, dialoga con i colori e i disegni delle ali delle farfalle che la sua rete è riuscita a catturare.

 

Gli esperti scrivono di Velázquez che era capace di dipingere l’aria. Nei suoi quadri il pittore spagnolo “faceva il vuoto” intorno alle figure e agli oggetti che apparivano circondati d’aria su fondi che erano neutralizzati grazie a raffinate colorazioni miste e inafferrabili. A teatro, come possiamo creare un simile effetto di “vuoto” intorno all’essenziale?

 

L’attore fa un training fisico e vocale quotidiano. In che consiste il training del regista? Rispondo: leggo molto e di tutto. Così, per coincidenza o destino, mi sono ritrovato a leggere Metà di un sole giallo, un romanzo di Chimamanda Ngozi Adichie (Einaudi, Torino 2008). L’azione si svolge durante la guerra civile in Nigeria (1967-1970) in seguito al tentativo di secessione delle province sudorientali di etnia igbo come Repubblica del Biafra. L’azione militare del governo centrale nigeriano portò la popolazione di intere regioni a essere decimata dalla fame. L’organizzazione non governativa “Medici senza frontiere” venne fondata nel 1971 da Bernard Kouchner e altri medici francesi in seguito alla loro drammatica esperienza in Biafra.

 

Un nuovo personaggio di Volare spunta da una pagina del romanzo di Chimamanda Ngozi Adichie: “Olanna era seduta sul pavimento del treno, le ginocchia piegate contro il petto, nel calore e la pressione sudata dei corpi intorno a lei, tra persone che piangevano, urlavano, pregavano. Il treno era una massa di metallo sballottante. Olanna fu scaraventata contro la donna accanto a lei, contro una grande ciotola, una calabasse. La donna la teneva in grembo coperta da una stoffa punteggiata da macchie che sembravano sangue. L’accarezzava in silenzio, con un ritmo gentile. Un giovane di fronte a lei gridò e si portò le mani alla testa. Il treno sbandò e Olanna andò di nuovo a sbattere contro la calabasse. La donna la sollevò delicatamente, poi fece segno a lei e alle persone vicine: ‘Venite’, disse. ‘Guardate!’ E spostò la stoffa dalla calabasse.

Lo sguardo di Olanna si fissò sulla testa della piccola ragazza, la pelle cenerognola, le treccine ben pettinate, gli occhi bianchi rotolati all’indietro, la bocca aperta come una O di sorpresa. Qualcuno gridò. La donna ricoprì la calabasse. ‘Se sapeste quanto tempo mi prendeva farle le treccine. Aveva i capelli spessi.’

Dopo aver scritto questa pagina, l’autrice ricorda le donne tedesche che abbandonarono Amburgo con i corpi carbonizzati dei loro bambini nelle valigie, e le donne in Ruanda che raccoglievano i brandelli dei loro bambini fatti a pezzi. Si guarda bene da fare paralleli.”

Questa anonima madre igbo si è infilata tra i personaggi di Volare. Il suo nome è Furia. E’ un’igbo cristiana e fugge da un massacro perpetrato dagli haussa musulmani. Cerca scampo per se stessa e per la testa della figlia. Sa solo ringhiare.”Non c’è morte in questo mondo, solo dimenticanza.”

 

Alberi in Cina. “Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce” (Lao Tzu). “Il momento migliore per piantare un albero è adesso” (Confucio).

 

Africa: alberi e rituali. “Come drammaturgo professionale ho un atteggiamento parziale riguardo ai rituali. Ce n’è uno però che vorrei che il mondo non avesse mai conosciuto. Questo rituale si svolgeva sulla costa dell’antica città di Ouidah, nell’attuale Repubblica del Benin, e il suo centro era un albero: l’Albero della Dimenticanza.

Questa era la sua funzione: quando arrivavano gli schiavi dalle città del retroterra e da altri luoghi dell’Africa Occidentale – di solito vittime di guerre e di incursioni scatenate a questo scopo – le vittime erano rinchiuse in staccionate, fortini e nelle prigioni sotterranee del castello. Prima dell’imbarco, però, erano sottoposte a un rituale che consisteva nel muoversi in circolo intorno all’albero infame. Lo scopo era far dimenticare la loro terra, le loro case, la loro famiglia e anche le molte occupazioni che avevano conosciuto. In breve, dimenticare l’esistenza precedente, lavare le loro menti dal passato e renderle ricettive all’impronta di luoghi stranieri. Questi mercanti di carne della loro gente erano consapevoli che il loro atto costituiva una trasgressione profonda e cercarono di prevenire rappresaglie attraverso un rituale. Mai ottimismo è stato così mal riposto. Come rituale, fu un fallimento completo. Gli schiavi non dimenticarono mai. Quanti di questi alberi – anche simbolici – esistono, nei panorami degli altri popoli, delle altre razze e nazioni?” (Wole Soyinka, Of Africa, Yale University Press, New Haven and London, 2012).

 

E’ impossibile disapprendere. Ho passato metà della mia vita sforzandomi ad apprendere e l’altra metà lottando per andare oltre quello che avevo appreso. Nel lavoro ritornano costantemente riflessi, pensieri, procedimenti e soluzioni il cui sapore mi è noto. Ho la sensazione che fa parte della condizione umana essere in famiglia con gli alberi che cambiano le foglie e conservano le radici. Cerco di cambiare le idee, esprimerle in forme, ritmi e modi diversi, usare quello che so in modo paradossale. Ma i princìpi, affondano solidi nella profondità del mio essere.

 

Ogni creazione procede attraverso una successione di distruzioni, diceva Picasso. La parola distruzione è drammatica, ed evoca rovina e morte. Eppure è innegabile che un irrefrenabile avvicendamento di erosioni o distillazioni – una trasmutazione – accompagni le prove di uno spettacolo. Da un lato percepiamo una sensazione di crescita, approfondimento e complessità, dall’altro siamo testimoni della liberazione di prospettive e corrispondenze che stravolgono (distruggono ovvero ricreano diversamente) i risultati delle fasi precedenti. Nelle antiche credenze dell’antico Egitto, Grecia ed Europa medioevale, vi erano tre stadi fondamentali nella trasmutazione della materia: Nigredo o opera al nero, in cui la materia si dissolve, putrefacendosi; albedo o opera al bianco, durante la quale la sostanza si purifica, sublimandosi; rubedo o opera al rosso, che è lo stadio in cui gli elementi si fissano in una ri-composizione dalla natura irriconoscibile. Esiste una strana analogia tra i principi del lavoro dell’attore e quello dell’alchimista. Lo ammetto ora che sono alla fine della mia carriera, perché ho sempre sorriso con condiscendenza delle idee di Artaud. La parte essenziale del processo teatrale avviene in un segreto impenetrabile persino ai suoi autori – attori e registi. E’ la zona della mutezza. Nonostante le nostre intuizioni e certezze, non c’è modo di parlarne perché è privo di prove accertabili per coloro che non sono passati per la stessa esperienza.

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Haiku di Basho:

Erba d’estate

ciò che resta

dei sogni di tanti guerrieri.

 

Settembre 2015. Le frontiere sono abbattute da migliaia di rifugiati dalla Siria, Medio Oriente, Nord Africa, Africa Subsahariana. Migliaia e migliaia di migranti sfondano le frontiere dell’Ungheria, sbarcano sulle isole greche, a Lampedusa, attraversano a piedi l’Europa per raggiungere due paesi che li accolgono: Germania e Svezia. Donne che trainano valigie, padri con infanti in braccio, vecchi in un ultimo sforzo di vita, ragazzini che dovrebbero giocare in un kindergarten: li vediamo alla televisione, sui giornali, nei social media. Riempiono le autostrade e i sentieri campestri. E’ il momento della verità. Ci comporteremo come Creonte o come Antigone? Seguiremo le leggi dello stato o della nostra coscienza? Una foto pubblicata in numerosi giornali mostra il cadavere di Aylan Kurdi, un bambino siriano di tre anni, sbattuto dalle onde sulla spiaggia turca di Bodrum. L’immagine commuove l’Europa, le conseguenze politiche sono stupefacenti.

 

Wroclaw, ottobre. Riprendiamo le prove di Volare. Sono circondato da una mente collettiva, che oltre ai miei attori, consiste di una trentina di registi e attori invitati. Seguono le prove durante la giornata, e la sera si riuniscono con me per commentare, chiedere suggerire. Il giorno dopo, provo regolarmente alcune delle loro proposte. A teatro una mente collettiva è un insieme di persone impegnate in un processo creativo che non mira a realizzare un progetto previamente definito. Una mente collettiva integra numerose specializzazioni, vari gradi di esperienza e diverse responsabilità in uno sforzo di integrazione simile a quello che avviene nella mente di un individuo nell’atto di inventare: cambi di direzione, deviazioni, utilizzazioni di coincidenze ed effetti di serendipità, salti da un livello di organizzazione a un altro (livello pre-espressivo, drammaturgia organica, drammaturgia narrativa, modellazione dello spazio, dell’universo sonoro/musicale). La mente collettiva opera con la stessa intensità di energia sia per programmare che per scoprire come distruggere creativamente i propri programmi.

 

Batuan, Bali, gennaio-febbraio 2016, prove di Volare. Mi sveglia all’alba il gamelan di un tempio vicino e la voce di un bramino che prega. Mi avvio alle prove stordito dalla fragranza che la natura spande nella stagione delle piogge. Quest’isola è così bella, e vorrei tanto poter inserire una scheggia di questa Bellezza nello spettacolo. A volte è stato insopportabile leggere le notizie sui giornali e la cronaca del mio tempo per travasarle nello spettacolo. Scrivo su un argomento che non piace a nessuno. Neanche a me. Ci sono temi che non piacciono a nessuno (Li Po). Il mio conforto è stata la bambina che sogna di volare e lottare contro il Barone Rosso. Anche i due monaci mi hanno aiutato con il loro eroismo ingenuo di piccole azioni.

 

Vedo nel Nouvel Observateur la foto del cinquantottenne artista cinese Ai Weiwei steso nella stessa posizione del bambino siriano Aylan Kurdi, questa volta su una spiaggia dell’isola greca di Lesbos. Ai Weiwei sta preparando una serie di progetti sui profughi in Europa. L’artista ha appena ritirato una delle sue opere dal museo AroS di Århus in protesta contro le restrizioni delle nuove leggi di asilo votate dal parlamento danese.

 

Varsavia, maggio 2016. Ho deciso il titolo definitivo dello spettacolo: L’albero. Lo sapevo sin dall’inizio. Ma il titolo provvisorio – Volare – è stato generoso e ha contribuito immensamente alle nostre prove.

 

Lange Margrethe. Ingrid Hvass, la cantastorie di Holstebro, ha letto la mia intervista in Holstebro Dagbladet. Vi racconto dei vari personaggi del nuovo spettacolo, tra cui il signore della guerra Joshua Milton Blahyi che sacrificava un bambino e ne divorava il cuore prima di una battaglia. Ingrid mi invia una storia che è avvenuta qui nello Jutland danese alla fine del 19° secolo. Nella brughiera intorno a Holstebro viveva Lange Margrethe, una donna che capeggiava una banda di delinquenti. Lange Margrethe aveva mangiato nove cuori di donne incinte perché credeva che così sarebbe diventata invulnerabile e invisibile. Catturata dalla polizia, morì in prigione.

 

E’ scritto nella Genesi: il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse. Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: “Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti” (Antico Testamento).

 

Nella mitologia nordica Yggdrasil è l’albero cosmico della vita al quale Odin (il dio, non il teatro di Holstebro) si appese per nove giorni e nove notti per padroneggiare la sapienza. Il suo nome significa “cavallo di Yggr” , dove cavallo è metafora per “forca”, mentre Yggr è uno dei tanti nomi di Odin. Le radici dell’immenso Yggdrasil affondavano negli inferi e i suoi rami sostenevano la volta del cielo. Sulla sua cima, era appollaiato il gallo d’oro Vidopnir il cui canto annuncerà il Ragnarok, la fine del mondo.

 

Un mio amico mi chiede se L’Albero sarà il mio ultimo spettacolo. Scuoto la testa, ne sto immaginando un altro. Ad ogni modo ho già il titolo: Vedere rosso. Un giovane si sveglia una mattina e vede rosso, come se gli avessero incastonato due rubini negli occhi, o si trovasse al riparo in una lussuosa, stretta tenda di porpora. E’ la rabbia contro il mondo che gli fa vedere rosso? Sta annegando in un mare di sangue? E’ semplicemente diventato cieco?

 

I due terremoti dello spettacolo: quando comincio a sognarlo e quando lo devo abbandonare perché gli spettatori ne prendono possesso.

 

Novembre 2013 – settembre 2016