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Così è (se mi pare) - Storia di un attore, Seneca edizioni, Romanzo di Marco NICA


Così è (se mi pare) - Storia di un attore, Seneca edizioni, Romanzo di Marco NICA
 

Presentazione redatta dall'autore

      
 
     
 Presentazione

 

Ogni autore ha un’opera nel cuore che sente dentro più delle altre. La tiene per sé fino a quando non capisce che è arrivato il momento di farle prendere forma, donandole tutti quei sentimenti di cui ha bisogno. Dopo venti anni di attività artistica sento ora la necessità di mettere un punto al mio percorso, per potermi voltare e vedere ciò che è successo. Non è per vanto, non è per contare le cose fatte, ma solo per capire dove può portarmi ancora questa strada meravigliosa, capace di donare gioie intense, alternate a momenti di sconforto interiore, sempre alla ricerca di nuove identità, di nuovi sentieri da seguire con il fiato sospeso. Essere un artista è una grande scelta di vita, è un modo di esistere con prospettive di osservazione diverse dallo sguardo della massa, è quel saper cogliere l’essenza delle cose, quel creare emozioni attraverso un grande strumento: il proprio io. Costruire dal nulla, dare sostanza a un pensiero, trasmettere un messaggio attraverso immagini, parole e suoni. Ho cominciato con il teatro al compimento della maggiore età, agli inizi degli anni novanta. Non c’erano programmi come i reality, non c’era nessun modello di quel tipo che potesse spingere un ragazzo di appena diciotto anni a intraprendere l’esperienza del palcoscenico solo per puro e semplice esibizionismo. C’era invece, e c’è ancor’oggi, la grande voglia di vivere forti emozioni, di fare qualcosa di più intrigante che starsene per ore in una piazza di provincia a parlare di argomenti scontati e banali, nella noia più totale che spesso porta a percorrere strade poco edificanti, cercando di trovare una giusta identità. Ciò che il teatro mi ha dato è un patrimonio d’inestimabile valore, sia perché è stata una disciplina di base che mi ha permesso di affrontare altre esperienze, sia perché ha semplificato notevolmente i miei rapporti interpersonali, ricoprendo il ruolo di una vera e propria terapia per l’integrazione con la società. Sembrerà assurdo, ma a furia di studiare i personaggi, ho imparato a conoscere le persone; a volte è stato un bene, altre avrei preferito non accorgermi di tanta falsità umana. Non so perché, ma passiamo la nostra vita a cercare di comprendere gli altri, lottando per riuscire a integrarci con loro, ma quando abbiamo raggiunto l’obiettivo, proviamo un senso di delusione e preferiamo tornarcene nel nostro guscio. Il teatro è stata la palestra che ho frequentato più volentieri, senza stancarmi mai. Il successivo approccio alla radio, al cinema e alla letteratura si è rivelato quindi più agevole e il desiderio di tornare a calcare le scene, di tanto in tanto, posso paragonarlo alla necessità di ricaricare le pile prima di affrontare un’altra sfida, un po’ come fare ritorno a casa dopo un lungo periodo trascorso lontano dalle proprie mura. Inevitabilmente lo scontro con le critiche e con l’invidia non si è fatto attendere. Chi si mette in gioco sa che deve affrontare il giudizio altrui, nel bene o nel male. Certo, per quanto un artista possa cercare di ascoltare il parere e il consiglio di tutti, di certo non può tollerare in alcun modo quelle sentenze che nascono con il solo e semplice scopo di distruggere. Se faccio un castello di cristallo, mi aspetto che piaccia o che non sia di gradimento, sono pronto a cogliere i suggerimenti su come farlo meglio la prossima volta, ma non accetto che sia distrutto con una pedata senza alcun rispetto. I signori critici, quelli della specie “so-tutto-io”, quelli che pensano che ogni cosa sia pattume solo perché credono di avere il dono del giudice incontrovertibile, credo che siano in fondo degli artisti falliti che, non riuscendo a creare nulla, si limitano a gettare fango su chi si è dimostrato più scaltro di loro. In questi lunghi anni ho imparato due semplici regole: la prima è quella che l’opera d’arte, qualunque sia la sua natura, è innanzitutto il risultato di un dono che l’autore regala a se stesso. Conquistare il consenso di tutti non è lo scopo finale. Fa certamente piacere riscontrare che la cosa piaccia ma non si può dipendere dalla soggettività altrui, perché crescerebbe il rischio di non pensare più con la propria testa; la seconda è quella che ogni critica ricevuta richiede un’importante verifica prima di essere considerata seriamente, poiché bisogna risalire alla fonte. Se chi l’ha avanzata è una persona che: risulta poco autorevole in materia, possiede amicizie o parentele nello stesso campo o peggio ancora, svolge un’attività simile, non è difficile capire di non dare alcun peso alle osservazioni ricevute. Per considerarsi costruttiva, la critica deve presentarsi priva di alcun coinvolgimento emotivo, deve essere asettica e sempre sotto forma di parere, nello stile: ecco cosa non mi è piaciuto ed ecco cosa potresti fare per migliorare. Così è (se mi pare) è un viaggio nella vita di un attore, ormai anziano e malato, che racconta con nostalgia le sue vicissitudini, ricordando quanto ha imparato dalle proprie esperienze. È la storia di un uomo, arrivato al successo partendo dal nulla, determinato a chiudere la carriera portando in scena l’opera che racconta le sue gesta, sfidando le avversità di un destino crudele. Quanti talenti straordinari ci sono che restano nell’anonimato per tutta la loro vita? Siamo costretti a vedere a teatro e in TV dei veri e propri cani che abbaiano anziché recitare, messi lì dalla raccomandazione di qualche potente della politica o della finanza. Dietro quello che appare ai nostri occhi, ci sono tanti di quegli intrecci che un vero artista non riesce ad accettare, per questioni di etica morale e professionale. Il titolo pirandelliano di questo libro gioca sull’assonanza di una famosa opera teatrale che mette in risalto il relativismo della propria opinione al cospetto della realtà dei fatti, una realtà che tutti noi possiamo interpretare a nostro arbitrio, plasmandola con lo stile che ci appartiene. Fra queste pagine non c’è altro che il mio modo di intendere la vita. Si tratta di un’opera interiore quindi, di ciò che io penso e che sono felice di poter esprimere attraverso questi scritti, perché, come detto pocanzi, è un qualcosa che faccio per me, e se magari un giorno dovesse tornare utile anche a qualcun altro, ne sarò sicuramente onorato. Desidero sottolineare che quanto mi appresto a raccontare non è una biografia e che i personaggi citati rappresentano solo alcuni stereotipi della società. Ho desiderato alternare alla narrazione il punto di vista dell’autore, semplicemente mettendo in pausa la storia per fissare meglio la scena e stimolare la riflessione del lettore.