Teatro di Nessuno, laboratorio e seminari di teatro a RomaIl Quaderno di Nessuno: Articoli teatrali


Archivio: leggi tutti gli articoli sul teatro

MARIVAUX:Le false confidenze di Mimma Valentino


MARIVAUX: Le false confidenze di Mimma Valentino

      
     
 
Autore articolo: Mimma Valentino

Autore Testo: Marivaux.
Traduzione di Cesare Garboli
Artisti: Anna Bonaiuto, Andrea Renzi, Gigio Morra, Betti Pedrazzi, Toni Servillo, Monica Nappo, Francesco Silvestri, Salvatore Cantalupo, Francesco Paglino
Regia: Toni Servillo
Scenografia: Toni Servillo, Daniele Spisa
Costumi: Ortensia De Francesco
Luci: Pasquale Maridocente di scuola media inferiore, appassionata di teatro, ex violinista.

 
     

“Le false confidenze” di Servillo-Dubois a cura di Mimma Valentino Dorante, giovane virtuoso, ma di poca pecunia, riesce, grazie alla complicità e alle “false confidenze” del diabolico servitore Dubois, a conquistare, in un’unica giornata, il cuore e la mano dell’avvenente Araminte, vedova ricchissima e borghese, facendo saltare le nozze col nobile rivale, l’ambiguo Conte, possibile trampolino di lancio verso l’ascesa sociale della donna e, dunque, caldeggiato dalla madre, Madame Argante.
Abilissimo gioco teatrale, “Les fausses confidences” di Pierre Carlet de Chamblain de Marivaux (Parigi 1688-1763) è una commedia “disarmante nella sua attualità”: una storia d’amore e di denaro fra intrighi e inganni del cuore, una continua tenzone tra sentimento e interessi meramente economici. 
«L’amore ostacolato dall’interesse, dagli intrighi, soffocato dal denaro: è questo l’argomento oggi più che mai attuale – afferma Toni Servillo – di questa bellissima commedia. Ma l’attualità evidentemente non è il solo motivo che mi ha spinto ad affrontarla, è la modernità del suo linguaggio ad avermi affascinato in modo irresistibile. Tutto è detto in maniera semplice, chiara, diretta, ma a questa limpidità corrispondono spesso zone oscure, torbide, ambigue, che creano intorno alla vicenda un’atmosfera fatta di attese e di trepidazioni».
Il testo dello scrittore parigino, così come la fedele rilettura dell’attore-regista napoletano, si fonda, infatti, su uno splendido equilibrio delle parti: alla commedia di parole se ne affianca una fatta di allusioni, accenni, sottintesi; il linguaggio è costantemente arricchito da un gioco di pause ed interruzioni, da sguardi eloquenti, gesti allusivi, silenzi ridondanti. Servillo, assecondando i ritmi imposti dalla splendida traduzione di Cesare Gaboli, si rivela abile nel mostrare il rovescio del testo, il suo messaggio più profondo e ambiguo.
Del resto l’arte di Marivaux non rifulge soltanto nella raffinata descrizione delle sfumature sentimentali e della sdolcinatezza amorosa - donde il termine “marivaudage” -; l’autore francese esibisce uno sguardo attento nell’analizzare, in maniera acuta e disincantata, la selva di legami distorti e le solenni ipocrisie dei rapporti umani. E Servillo sembra cogliere pienamente il substrato dell’opera, facendo rientrare la messinscena de “Le false confidenze” all’interno del suo percorso di ricerca incentrato su quelle opere drammaturgiche che approfondiscono le relazioni e gli umori degli uomini colti nel ruolo di attori e testimoni di un preciso contesto storico caratterizzato da profondi cambiamenti sociali (pensiamo, in questo senso, anche agli allestimenti di “Sabato, domenica e lunedì” e “Il lavoro rende liberi”).
L’ultimo capolavoro di Marivaux , portato in scena per la prima volta nel 1998, costituisce, inoltre, con il Misantropo (1995) e l’Avaro (2000), un capitolo della trilogia dedicata alla grande drammaturgia francese del XVII e XVIII secolo, riletta dall’attore-regista «come un romanzo di formazione: tre protagonisti giovani con caratteristiche diverse, osservati nel loro rapporto con il denaro, i sentimenti, la società». «Al centro dei tre lavori - aggiunge Servillo - ci sono questi personaggi che si trovano a rapportarsi con la società mettendo in atto strategie differenti; ad esempio il “Tartufo” gioca con l’ipocrisia, mentre in questo caso, Durante, si muove in una geometria di atmosfere suggestive, dove gesti, movimenti e sguardi si impadroniscono della scena diventando protagonisti della vicenda per portare a termine il suo obiettivo: la scalata sociale».
Regista, attore e scenografo, insieme a Daniele Spisa, nonché deus ex machina della vicenda di Durante e Araminte, Servillo-Dubois riesce ad orientarsi in quelle che sono «le pieghe più silenziose» della piéce, orchestrando in maniera magistrale e col rigore registico che lo contraddistingue le diverse componenti dello spettacolo. Attori, scene costumi, musica, luci: tutto concorre a rendere l’allestimento frizzante, pungente, intrigante.
A dar corpo alla lingua e ai personaggi di Marivaux è un gruppo di sceltissimi interpreti; gli attori della compagnia napoletana dei Teatri Uniti recitano insieme in una gara di bravura, senza dissonanze, ognuno con un proprio segno interpretativo. Ricordiamo in primo luogo lo stesso Servillo, che si conferma interprete di grande maestria nei panni del satanico burattinaio Dubois, e la splendida prova di Anna Bonaiuto, che «con grande naturalezza e immediatezza, dà corpo e voce al suo personaggio seguendo l’intelligenza del cuore». Che dire, poi, del bravissimo Renzi-Dorante, che col suo fare enigmatico riesce ad insinuare un atroce dubbio negli spettatori: è sinceramente innamorato di Amirante o è mosso dal mero interesse?
Belle anche le prove dello spiritoso Remy-Morra, di Francesco Silvestri, nei panni del Conte, della calcolatrice madre-borghese, impersonata da Betti Pedrazzi, della servetta Marion di Monica Morra, affiancati dal garzone-Paglino e dall’Arlecchino di Salvatore Cantalupo.
Il regista napoletano considera fondamentale la resa attoriale; «la verifica di tutto ciò sta nel lavoro degli attori; e del resto Marivaux lo sapeva bene quando affidava i suoi testi ai comici italiani di stanza a Parigi: a loro chiedeva di risollecitarli partendo proprio dalle improvvisazioni in palcoscenico. Come sempre è lì che si gioca la partita».
I 70 minuti dello spettacolo sono scanditi da un monotono rumore di percussioni, una sorta di metronomo che sottolinea ulteriormente il ritmo del testo di Marivaux. 
Lo spettacolo si avvale, inoltre, di un impianto scenografico volutamente scarno ed essenziale, tale da suggerire un’atmosfera sospesa e allusiva: un elegante contenitore blu e scarlatto, che riproduce lo studiolo di una casa, una sorta di quinta interamente occupata da una libreria, due scrivanie con le rispettive sedie.
Completano la bellezza figurativa della messinscena i colorati costumi di raso e seta, rigorosamente d’epoca, curati da Ortensia De Francesco che ci riportano all’ambientazione originale, la Francia della prima metà del Settecento.
Lo spettacolo risulta anche divertente laddove il regista pone l’accento sui dialoghi e le battute scoppiettanti, senza mai trascurare, però, le pause di silenzio, le parole non dette, accennate, sussurrate.
Un «testo bellissimo», uno dei personaggi più interessanti della scena nazionale e internazionale, un mirabile ensamble attoriale: la conclusione della messinscena è un turbinio di ammirati consensi da parte di un pubblico entusiasta.