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Una storia d'amore - epistolario Anton Cechov - Olga Knipper - di Elena SACCOMANI


Una storia d'amore - epistolario Anton Cechov - Olga Knipper - di Elena SACCOMANI

Il fascino immortale delle lettere di carta

 

      
     
 "Una storia d’amore”

(epistolario Anton Cechov - Olga Knipper)
Il fascino immortale delle lettere di carta

“Mio caro, amore mio, sei di nuovo partito .... Sono sola, in camera e scrivo, scrivo .... Intorno  tutto è silenzio .... Vorrei dirti tante cose e invece sento che non riuscirò a scrivere niente di sensato. E’ un po’ assurdo dover subito scrivere e non poter parlare. Ho perduto l’ abitudine. Mi è rimasto impresso nella mente il tuo volto meraviglioso, nel finestrino del treno! Così bello, dolce, delicato. Bello per qualche cosa di interiore, come se qualcosa in te risplendesse. Desidero tanto dirti le cose più care, le più affettuose! Provo dolore per ogni attimo spiacevole che ti ho procurato, caro. Ti bacio. Come va il viaggio? A cosa pensi? Hai mangiato? Probabilmente stai dormendo adesso. Fra poco sarà l’una. Qui in camera è rimasto il tuo buon odore. Mi sono adagiata sul tuo cuscino ed ho pianto. Ho portato le mie lenzuola nel tuo letto e dormirò qui; nel mio c’ è un fosso .... Arrivederci amore mio, il tuo cane.”
 

Chi scrive (gli stralci delle lettere e le citazioni che riportiamo sono tratti dal volume «Lo scrittore Čechov non ha dimenticato l’attrice Knipper » Lettere 1902 – 1904, tradotto da M.A. Curletto e C.M. Fiannacca e pubblicato dalla casa editrice Il Melangolo nel 1989) è Olga Knipper, brillante attrice e giovane sposa di Anton Čechov, il 27 novembre 1902, appena tornata a Mosca dopo uno dei molti distacchi, in quei sei brevi ma intensissimi anni d’amore, dall’amatissimo Antonchik. Nei quattro anni che “lo scrittore” e l’ “attrice” vissero da marito e moglie (si erano conosciuti solo qualche anno prima ed entrambi erano stati letteralmente folgorati l’uno dall’altra in quel loro primo, velocissimo incontro nel 1898 in occasione delle prove de “Il Gabbiano”) si scambiarono oltre 400 lettere, lei da Mosca, dove faceva parte del Teatro d’Arte della capitale, lui da Yalta, costretto dalla malattia che lo stava minando da tempo, togliendogli la voglia di vivere e perfino l’amore per il teatro che diverrà, invece, il terzo protagonista di questo racconto di vita fatto di carta e penna.
 

Lo spettacolo, che anche quest’anno la Compagnia  de “Gli Ipocriti” sta portando sui palcoscenici dei teatri italiani, tratto dal lavoro a tre mani di Nocher, Berge e Christophoroff e che ha come interpreti Giulio Scarpati e Lorenza Indovina, porta in scena qualcosa di particolarmente difficile da “rappresentare”: i sentimenti, le sensazioni, la vita, quella allegra, in movimento e in trasformazione di Mosca e quella statica, grigia e monotona di Yalta, le interiorità che vivono nelle parole, brusche o romantiche, allegre o tristi, scritte su fogli di carta che, dopo la morte di Anton, Olga continuerà a riempire in forma di diario come a prolungare all’infinito la vita. 
 

“Avete ragione, lo scrittore Čechov non ha dimenticato l’attrice Knipper” rispondeva Anton ad una meravigliata Olga – “e io che credevo che lo scrittore Čechov si fosse dimenticato dell’attrice Knipper” – che, nel luglio del 1899, in calce ad una lettera scrittale da Maša, la sorella di Čechov, aveva trovato due righe di colui che sarebbe diventato l’amico, l’amante, il marito, il complice di quella vita vissuta “lontanamente” vicini, divisi da quell’amore che li univa, il teatro. Ma in quelle poche righe , “Salve ultima pagina della mia vita ... Invidio i Circassi che vi vedono ogni giorno” – Olga era in vacanza nel Caucaso –  era già in nuce  tutta l’intensità di quello che doveva essere, per entrambi, il periodo più importante, profondo e vitale, e sarebbero state l’inizio di quel fittissimo epistolario che per tutti e due voleva dire vicinanza.
 

E’ un po’ come violare l’intimità di queste due anime, all’apparenza così diverse ma in realtà complementari l’uno all’altra, il viverne la loro vita attraverso quelle lettere che nessuno dei due avrebbe mai pensato sarebbero state rese pubbliche. Ma sono proprio queste lettere che ci permettono di scoprire, di volta in volta, la forza, la debolezza, la malinconia, l’entusiasmo, l’allegria o la quotidianità della vita dei due protagonisti, la storia del secolo che stava mutando e il nuovo teatro che nasceva. Le lettere si incrociano l’una con l’altra, senza attendere risposta, nell’ansia di vivere il più vicino possibile, quella forzata lontananza; vi si scambiano ogni sensazione e vi si raccontano ogni momento, anche quello all’apparenza più banale. Scrive Anton, il 30 novembre 1902, poco dopo l’accorata lettera di Olga: “Tesoro sono arrivato a Yalta ieri sera ... Adesso sono seduto al tavolino, sto scrivendo a te mia meravigliosa moglie, e non sento alcun tepore, per me Yalta è più fredda di Mosca ... Scrivimi anima mia ... altrimenti qui nel freddo e nel silenzio, mi verrà presto la malinconia...”, per poi parlare della loro casa e delle faccende quotidiane, ma, subito dopo “....non ti affaticare cara, lavora, esci, dormi di più. Quanto desidero che tu sia sempre sana e allegra ... Ti amo più di prima. Senza di te tutto mi sembra noioso, privo di senso, andare a dormire, alzarmi....”   
 

Come sembrano lontane, ma nello stesso tempo involontaria premonizione, le dichiarazioni di un giovane Anton sul matrimonio: “La felicità che si succede giorno dopo giorno da mattina a sera non la sopporto ... Prometto di essere un marito meraviglioso, ma datemi una moglie che come la luna non compaia nel mio cielo ogni giorno”. E proprio qui, certamente, sta la forza di quella intensa e straordinaria storia d’amore. Mai Anton pretese o fece anche solo capire ad Olga che la voleva accanto a sé proprio nel periodo in cui  sentiva che la vita gli stava sfuggendo pur se le parole uscite dalla penna parlavano, esplicitamente o tra le righe, di quella dolorosa ma inevitabile separazione: “Cara .... ti tormenti perché vivi a Mosca e non a Yalta con me ... Ma che fare amore? Riflettici sopra: se tu abitassi con me a Yalta per tutto l’inverno la tua vita ne sarebbe danneggiata e io mi sentirei pieno di rimorsi. sapevo di sposare un’attrice...Non mi sento minimamente offeso o trascurato ....” (Yalta, 20 gennaio 1903). E Olga, da Mosca, gli fa vivere la vita della città e del teatro con l’entusiasmo dell’età e della passione : “...Abbiamo recitato Zio Vanja, stasera. Gli applausi sono stati molti e calorosi: il pubblico non la finiva più di chiamarci... (Mosca, 13 febbraio 1903), anche se improvvisamente ritornano in lei, dubbi, paure, sensi di colpa: “...Che moglie sono per te? Visto che ci tocca vivere separati .... E non pensare che sia solo l’umore del momento. Questo pensiero mi tormenta e mi rode in continuazione. Ora è soltanto venuto a galla. Mi sono comportata con molta leggerezza nei tuoi confronti, nei confronti della grande persona che tu sei. Visto che sono un’attrice, avrei dovuto rimanere sola e non tormentare nessuno” (Mosca, 13 marzo 1903) . Ma poi è lei stessa che, leggendo tra le righe i momenti di sconforto di  Anton, lo sprona a non mollare: “Continui ad essere triste, caro. Lo sento in ciascuna riga, in ciascuna parola, per quanto tenti di nascondermelo. Questo stato d’animo non dovrà mai più ripetersi, capito? Mai. Che cosa avverrà non lo so ancora, ma tutto sarà diverso.... Ah, Anton, se avessimo la tua commedia! Perché ci vuole sempre tanto tempo! Adesso dovremmo già cominciare a studiarla, anche perché in primavera tu possa vedere le prove. Se no, tutto verrà di nuovo rimandato a chissà quando; comincerò ad adottare con te un comportamento più energico. Così non va, amore caro....” (Mosca, 27 febbraio 1903). E così Čechov scrive, o rielabora “Zio Vania, “Le Tre sorelle”, “Il giardino dei ciliegi”, e Olga,  li porta in trionfo a Mosca dove il nuovo teatro di Stanislavskij, dettava i nuovi canoni del realismo teatrale.
 

Tutte sarebbero le lettere da “raccontare” e così entrare a pieno nelle due vite alle quali nulla mancò nell’intensità del loro amore se non quel figlio che mai venne, quel “piccolo mezzo tedesco”, che Anton vedeva come il prolungamento della propria vita e Olga il ricordo “tangibile” di un amore troppo breve.
 

E oggi, che si è persa l’abitudine di scrivere lettere “vere”, nelle quali non si abbia il timore di manifestare i propri sentimenti e, nel contempo, si doni all’altro, a chi leggerà quelle righe, le proprie sensazioni e, scrivendo, si veda l’animo di chi quella lettera la sta leggendo, limitandosi troppo spesso a brevi sms o al massimo a veloci ma fredde lettere elettroniche, la pièce “Una storia d’amore”, riesce magicamente a far diventare la parola scritta racconto di vita.
 

Il tutto non poteva essere così perfettamente “trasformato” se Scarpati e la Indovina (sapientemente diretti da Nora Venturini), lui un Čechov ironico, forte e romantico al tempo stesso, a volte brusco o preso dallo sconforto  ma permeato da un credo che è una specie di “carpe diem” che gli farà trovare un ultimo “guizzo” di vita proprio nell’istante in cui la vita lo lascia e lui la saluta con una coppa di champagne in mano (dal diario di Olga, 2 luglio 1904: “Egli si sollevò con insolita sicurezza, si mise a sedere e disse, forte e chiaro: “Ich sterbe”… Anton Pavlovič prese il calice colmo, gettò uno sguardo tutt’intorno, mi sorrise e disse: “Da tempo non bevevo champagne”…”); lei quella Olga che, pur tra i momenti di solitudine e dubbi per le scelte prese, è l’allegria, la giovinezza, la spinta di vivere sempre e comunque,  non fossero stati in grado di dar corpo e anima così brillantemente alla “parola scritta”, con tale naturalezza e intensità da far entrare lo spettatore dentro la scena e farne parte trasformandola magicamente, in racconto, ma, soprattutto, vita. 
 

Anche la scena contribuisce a rendere lo scritto realtà vissuta: da una parte lo studio di Yalta, spoglio, grigio, illuminato dalla luce fioca di una lampada ad olio, silenzioso, con una sensazione di freddo che nulla può riscaldare, nel quale Anton passa le sue giornate alternando sconforto e desiderio, malinconia e allegria al pensiero della sua “attrice” lontana; dall’altra il camerino del teatro di Mosca, luminoso, caldo, anche se incombe l’inverno moscovita, dove si alternano  il rumore della città che si “sente”, degli applausi e delle risate, con i costumi di scena  di Olga sparsi qua e là. In mezzo, l’elemento che unisce e contemporaneamente divide la scena: quel letto che di volta in volta è il rifugio triste dei due innamorati lontani o l’attimo di quei brevi e appassionati incontri così desiderati, e, alla fine , è il palco da cui Olga racconta gli ultimi attimi di Anton, steso accanto a lei  ma già assente “fisicamente”. 
 

Ed è proprio con il diario di Olga che ci piace terminare, così come con la sua accorata lettera abbiamo iniziato, perché nelle sue parole c’è tutta la storia di queste due anime che così intensamente hanno vissuto: “Amore mio, caro, tenero, da quanto tempo non parlo più con te!.... Vorrei stare in ginocchio adesso, davanti a te, .... e posare la testa sul tuo petto e ascoltare il tuo cuore, e tu mi accarezzeresti teneramente: ricordi? Antončik mio, dove sei?  Davvero non ci rivedremo mai più?! ... Era appena cominciata la nostra vita, e improvvisamente si è interrotto tutto, è finito tutto. Com’ era bello, come stavamo bene insieme! Dicevi sempre che non avresti mai creduto che si potesse vivere così bene “da sposato”. Ed io credevo così ciecamente che saremmo stati insieme ancora tanto tempo, tanto.... Ancora pochi giorni prima della tua morte parlavamo e fantasticavamo di una figlioletta che avrebbe dovuto nascerci. E’ un dolore così grande, per me, che non ci sia rimasto un figlio. Parlavamo tanto di questo tu ed io....Un figlio mi avrebbe fatto decidere, lo sento. e tu, come lo avresti amato!.... 
 

Il teatro, il teatro ... Non so più se devo amarlo o non piuttosto maledirlo.... Tutto è così deliziosamente confuso in questa nostra vita! All’ infuori del teatro adesso non mi rimane altro. Questi tre anni sono stati per me una battaglia ininterrotta. Vivevo in un continuo rimprovero a me stessa. Per questo ero così inquieta, instabile..... Come se agissi sempre contro la mia coscienza. Ma poi, chi lo sa: se avessi abbandonato la scena...” E’ l’ 11 settembre del 1904 e Čechov era morto il 2 luglio.