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I dadi di temi di Gennaro Francione, con una intervista ad Alberto Ruocco, di Elisabetta FALDUTO


I dadi di temi di Gennaro Francione, con una intervista ad Alberto Ruocco, di Elisabetta FALDUTO

      
     
Originale opera teatrale multi tematica che illustra i pericoli della giustizia indiziaria

Tappa al teatro Duse di Roma per “I dadi di temi” di Gennaro Francione.Drammaturgo in prestito alla magistratura o “Giudice pentito”, come lui stesso ama definirsi, Francione è un ex magistrato che ha deciso ad un certomomento della sua vita che per cambiare ciò che non va nel sistema giudiziario italiano ci vuole il teatro.

“I dadi di temi” infatti è un’opera teatrale costruita sullo scheletro del processo di Cogne, seguendo il metodo satirico-giudiziario del giudice Bridoye nel “Gargantua e Pantagruele” di Rebelais.
Il risultato è una canzonatura dei metodi di giudizio basati sulla logica, considerati infallibili da alcuni magistrati e dei quali Francione ha più volte tentato di far notare l’incostituzionalità.

Sul palco quattro personaggi: Alberto Ruocco, nel ruolo del giudice Brigliadoca (che fu Bridoye); Massimo Mirani è il cancelliere Triboulet;
Monica Porcellato nei panni dell’imputata Clara Panurga e Giuliana Adezio,regista della rappresentazione “prestata” al ruolo della medium Medea(interessante rimando alla maga-infanticida della mitologia greca) interpellata dalla corte per far luce sulla faccenda.
Assurdi i dialoghi, grotteschi a tratti, ma che tengono lo spettatore terribilmente ancorato alla realtà del caso da cui traggono ispirazione.
Un’interpretazione statica e allo stesso tempo rarefatta, accompagnata da una colonna sonora composta da suoni di apparecchiature mediche (raggi X, risonanza magnetica, turbina dentistica) che hanno contribuito a creare un’atmosfera tendenzialmente allucinatoria.

La scenografia in cui gli attori si muovono procedendo per pose quasi
plastiche è essenziale: un tavolo con sopra dei fascicoli e tre sedie, il
resto dello spazio è magistralmente “riempito” dai personaggi.
A conclusione dell’indagine giudiziaria il lancio dei dadi per decidere il
verdetto. Dopo una serie di disquisizioni basate su indizi e congetture che potrebbero proseguire all’infinito, paradossalmente questo sembra l’unico modo per arrivare alla sentenza.
Alla fine della rappresentazione l’autore dell’opera, dal palco, propone
agli spettatori un “gioco”: esponendo le tre tesi maturate durante il processo per il delitto di Cogne (intenzionalità\consapevolezza, temporanea infermità mentale e infermità mentale) chiede ai presenti di esprimersi per alzata di mano sulla colpevolezza o innocenza della Franzoni.

La varietà dei giudizi espressi rispecchia la tesi di Francione: non esiste una “logica valida e universale” da applicare agli indizi; ad ogni
affermazione corrisponde una valida smentita proprio perché non è di prove che si tratta. Proprio per questo il processo indiziario è relativo e di conseguenza da evitare.

Abbiamo incontrato e intervistato Alberto Ruocco, interprete nel ruolo del giudice Brigliadoca.

Domanda di rito: come nasce la passione per la recitazione?
“Risposta inusuale: mi ci sono trovato per caso. Io vengo dal campo della moda, campo nel quale ho lavorato parecchi anni come stilista, organizzatore di sfilate e poi come agente per i modelli di note agenzie romane. Ho collaborato con Egon Furstemberg e ho scritto di moda per alcune riviste della capitale. Un bel giorno poi, mentre trattavo una figurazione in un film per conto dell’agenzia di modelli per cui lavoravo, un regista mi ha notato, definendo il mio viso e la mia voce ‘interessanti’ e così ho avuto la mia prima esperienza nel cinema.”
Stiamo parlando del regista Sergio Citti…
“Esatto, e il film è “Fratella e Sorello” con Claudio Amendola, Rolando Ravello, Ida Di Benedetto, Youma Daikite e Laura Betti. Da lì poi ho
iniziato il mio percorso di studi di recitazione e ho continuato con ruoli in cortometraggi, fiction e spot televisivi fino ad arrivare nell’ultima partecipazione cinematografica in “Be mine”, un triller di Marco Tornese nel quale ho recitato in inglese e che uscirà presto in Italia.”

Dal cinema sei poi passato al teatro. Quale sei due ambiti preferisci?
“Non posso dirlo per la verità. Sono due ambienti talmente diversi che non trovo giusto paragonarli. Il cinema è stato il ‘primo amore’ e, si sa, in primo amore non si scorda, ma il teatro è più emozionante senza dubbio; l’empatia che si crea con il pubblico a teatro non esiste nel cinema.”

Nel corso della tua carriera tu hai lavorato anche con agenzie americane: quanto è lontano il loro metodo di lavoro da quello italiano?
“Anni luce. Si tratta di concezioni di base più che di vero e proprio
metodo di lavoro. Un esempio è quello delle comparse; in America i ruoli di comparsa li fa l’attore e vengono considerati ‘gavetta’. In Italia le comparse sono il commerciante che si vuole divertire piuttosto che l’impiegato che vuole arrotondare lo stipendio. l’Italia nell’ambito cinematografico ha un problema di fondo: confonde popolarità e successo (vedi ruoli assegnati a ragazzi usciti da vari reality che nemmeno sanno mettere due parole in fila ma le cui facce sono sempre in tv) e soprattutto non si distingue la professionalità dall’amatoriale.”

Elisabetta Falduto