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Conversazione con Mald'è di Mimma VALENTINO


Conversazione con Mald'è di Mimma VALENTINO

      
     
 
Autore articolo: Mimma Valentino

 
     

Mald’è. Mario Savino e Matilde De Feo: un giovane psicologo, filmaker e multimedia designer, e una laureanda del DAMS di Romatre, diplomata all’Accademia d’Arte Drammatica del Teatro Bellini di Napoli, che dal 2003 hanno dato vita ad un progetto di ricerca, una «sintesi creativa» fondata sulla contaminazione tra teatro e videoarte.
Due sensibilità affini, ma alimentate da storie artistiche differenti. Un connubio apparentemente impossibile, ossimorico: il “corpo immateriale” del video e il “corpo materiale” dell’attore.
Dal progressivo processo di sintonizzazione tra queste due forme espressive nasce l’incontro «non traumatico, ma morbido» tra scena e arte digitale: «mald’è vuole essere una mediazione, la ricerca di un compromesso tra i linguaggi tradizionali (il teatro, la letteratura, la fotografia analogica) e quelli moderni, elettronici, tecnologici, digitali».
Videoarte, istallazioni audiovisive, ricerca sonora, scrittura drammaturgica e letteraria, arte digitale: sono gli ambiti creativi attraversati dai mald’è nel corso del loro iter espressivo.
«Un viaggio aperto per sondare nuove possibilità» (T. De Feo). Certamente una complessa questione estetica… ma anche una sfida, un interrogativo che questi due giovani artisti napoletani vogliono porre al teatro contemporaneo.
Del resto, oggi come ieri, «crediamo che ci si possa servire del teatro per insinuare dubbi, per rompere delle prospettive, per togliere delle maschere, mettere in moto qualche pensiero […] crediamo in un teatro di gesti contemporanei.» (Manifesto di Ivrea del 1967)
 
La storia di mald’è comincia…
Mario Savinio: L’inizio dei mald’è credo vada rintracciato, oltre che ovviamente nel nostro incontro, nel 2003, nelle esperienze che noi due abbiamo maturato nel nostro percorso artistico anche precedentemente. È essenzialmente nella sensibilità e nella capacità di esprimersi attraverso differenti strumenti che va cercata l’alchimia di questa fusione. Da una parte c’è una storia artistica corporea come quella di Matilde, formata all’arte del teatro, e dall’altra quella più propriamente “digitale” ed estetica che sento più mia. La storia di mald’è comincia quando la condivisione di queste sensibilità dà vita ad un progetto in piena sintonia sia con i nostri percorsi individuali sia con la nostra voglia di esplorare reciprocamente le possibilità espressive dell’altro.
Il nostro primo lavoro Alone, a metà tra videoarte e videoclip, rappresenta un’esplorazione del linguaggio video ma anche la ricerca di uno stile comune.I primi video, realizzati con una tecnologia improvvisata, ci hanno dimostrato che è possibile venir fuori dall’isolamento in cui versano spesso i giovani artisti, e comunicare comunque, anche con una “telecamera quasi giocattolo”…
 
Voi siete partiti dalle sperimentazioni video - penso a Fairy e Alone, lavori più istintivi e realizzati con una tecnologia “povera”- per arrivare, poi, alla contaminazione tra scena e video, già a partire da Tie up.
Come mai questa virata a metà del vostro iter?
Matilde De Feo: Più che di virata, parlerei d’incontro, l’incontro tra due linguaggi che ci appartengono profondamente.
Ci piaceva l’idea di contaminare, di recuperare elementi della tradizione e potenziarli attraverso la tecnologia.
Se pensiamo al teatro oggi, o meglio alla sperimentazione teatrale, ci viene in mente la tecnologia come territorio aperto, al quale attingere per nuovi spunti, in grado di rinnovare la scena in maniera creativa e significativa, è insomma una tra le possibili “ricerche” realmente contemporanee, a nostro avviso.
Se pensiamo, invece, alla sperimentazione visiva, pensiamo ad un contenitore troppo spesso vuoto di contenuti o pieno di facilonerie astratte.
Il videoteatro, con Tie up e Teatroscopio, rappresenta il nostro primo tentativo di mettere in comunicazione questi due linguaggi in maniera dialettica e creativa, cercando di recuperare il valore primitivo della presenza fisica nel video ed adeguare la primitiva presenza fisica teatrale ad un nuovo modo di costituirsi scena attraverso i nuovi media.
Questo, però, non implica l’abbandono del discorso videoartistico che ancora ci interessa, così come lavorare su qualcosa che esca fuori dagli stretti confini del video: la performance e il teatro multimediale.
 
In questo vostro percorso di ricerca credo sia possibile individuare dei riferimenti: penso ad esempio alle videoistallazioni di Studio Azzuzzo o a Fanny & Alexander…
M. D. F.: Non ci sono punti di riferimento precisi, c’è il teatro che ci piace, il cinema che ci piace la letteratura e la musica che più amiamo.
Sicuramente ci sono artisti che lavorano da un po’ di tempo tra teatro e tecnologia e che ci piacciono, pensiamo a Studio Azzurro e Barberio Corsetti, i Motus, i Fanny & Alexander, ma anche alla sperimentazione visiva di Bill Viola, di Rybczynski…al genio audace e coraggioso di S. Beckett. 
 
Con il vostro ultimo lavoro siete proprio approdati a Beckett…
M. D. F.: Beckett… lui è un vero maestro d’arte e di vita. Abbiamo lavorato su Not I per il nostro Non Io e scritto uno spettacolo tratto da Eh joe e Respiro che stiamo mettendo a punto negli ultimi mesi; si tratta di uno spettacolo con un preciso e motivato impianto multimediale, forse molto ambizioso e per questo anche molto complesso sotto il profilo della tecnologia impiegata.
Oltre ad essere tra gli autori che più amiamo in assoluto, Beckett è tra i pochi ad offrire spunti sorprendenti per artisti che hanno scelto di lavorare tra teatro e tecnologia.
Attratto egli stesso fortemente dai nuovi media, ha lavorato attivamente per la radio, il cinema e la tv, ma non solo, tutta la sua drammaturgia rappresenta il progressivo fallimento della parola (medium corrotto come per Artaud), del dialogo, poi del monologo fino ad approdare da Giorni Felici in poi ad una drammaturgia che si potrebbe definire “drammaturgia dell’immagine” (parte da un immagine per elaborare un concetto).
È in questa fase che nascono testi brevi, visionari e immaginifici come appunto Not I, una bocca sagomata al centro del palcoscenico, un immagine totalmente estranea ai criteri espressivi del teatro e molto più prossima al primo piano tipico del linguaggio video.
Ecco perché Beckett ritorna nei nostri lavori, la nostra regia di Not I, Non Io, è stata trasposta in video in un contesto autonomo alla scena, ma che della scena conserva molte cose, in un processo di contaminazione tra immagine reale/carne/teatro e immagine digitale modificata al pc, come oscillante è la percezione reale e irreale della propria coscienza per “bocca”, protagonista della pièce.
 Per il nuovo spettacolo che abbiamo scritto facciamo, invece, riferimento al concetto di “savage eye”, occhio selvaggio, la telecamera vista da Beckett come creatura spietata e aliena, in grado di svelare, di penetrare ancora più profondamente il dramma dell’esistenza…
 
Il vostro lavoro nasce dall’incontro/scontro tra due linguaggi diversi: come convive il “circuito aperto” dell’hic et nunc teatrale con lo “spazio chiuso” del video?
 M. S.: Questa risposta credo vada ricercata nei nostri lavori che per quanto opere chiuse, riflettono nel loro insieme un tentativo di risposta a questo interrogativo. Queste due modalità esperenziali tendono a sovrapporsi in maniera del tutto atipica: credo che nei limiti dell’una vada ricercata l’esigenza dell’altra. Viviamo in un mondo dove l’esperienza domina sulle capacità di elaborarla. Non è un questione legata soltanto alla perenne fretta in cui siamo immersi…ma anche alla quantità di esperienze che viviamo. Il bisogno di categorizzare credo, quindi, faccia parte più di una discussione meta-esperenziale, dedicata dunque ad una platea di addetti ai lavori, che reale. L’esperienza artistica-estetica è oggi dominata da questa esigenza di immediatezza e in quanto tale noi ne proponiamo una versione dove i due aspetti cercano di trovare i loro timidi punti di contatto. Così la telecamera perde la sua autonomia e diventa uno strumento che esplora uno spazio, un corpo, delle tensioni fisiche (Tie-Up), oppure diventa una lente di ingrandimento attraverso la cui fissità si comincia a percepire altro, qualcosa che normalmente sfuggirebbe: un flusso ininterrotto di parole che trova senso nella sua interezza ipnotica (Non Io). Veicoliamo esperienze che hanno aspetti sia dell’uno che dell’altro repertorio comunicativo…e che giocano su questa ambigua capacità estetica che ci siamo prefissi.
 
Dal punto di vista dell’attore, questa contaminazione tra teatro e tecnologia cosa implica?
M. D. F.: Implica sicuramente una forma di nuovo adattamento, una sintesi creativa con i nuovi media.
È una possibilità in più anche per l’attore, quella di relazionarsi con un nuovo linguaggio, scoprirsi potenziato e amplificato dalla tecnologia.
Quando pensiamo al nostro lavoro escludiamo il cyberteatro o roba che cancella la presenza in carne e ossa dell’attore in scena, pensiamo sia più interessante far convivere il corpo materiale dell’attore con quello immateriale della tecnologia.
 
Al momento state sicuramente vivendo un processo di maturazione.
A cosa pensate per i prossimi lavori?
M. D. F.: Se ce lo concedi pensiamo a tante cose, anche se ci scontriamo spesso con le difficoltà reali che implica una ricerca impegnativa e anche costosa di questo tipo.
Questa cosa ci costringe a piccoli passi nonostante le numerose e svariate idee.
Stiamo lavorando ad un installazione audio-video, un primo studio che speriamo di presentare pubblicamente nei prossimi mesi, e allo spettacolo multimediale tratto da i due testi di Beckett che dicevamo…un’impresa complessa e che necessita di tempi adeguati e non solo di lavoro.