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VACHTANGOV: come si saluta il pubblico


2931 iscritti / anno XVII,  n ° 91 - 4/2018


 

VACHTANGOV: come si saluta il pubblico

 

segreto%20commedia%20arte.jpgEvgenij Bagrationovič Vachtangov (13 febbraio 1883 – Mosca, 29 maggio 1922) , è uno dei più importanti esponenti del Primo Studio del Teatro D’arte di Mosca (MChT) di Stanislavskij.

Nel 1922 Vachtangov dirige la Principessa Turandot di Carlo Gozzi (1720 - 1806) , dalla quale Giacomo Puccini trasse l'ispirazione per la sua ultima omonima opera lirica.

Ci fa piacere pubblicare le parole con cui lo stesso Vatchtangov si rivolge agli attori indicando come, alla fine dello spettacolo, ci si dovesse congedare dal pubblico.

Il brano è tratto da: Il segreto della Commedia dell'Arte (pagg. 77-79)  – La memoria delle compagnie italiane del XVI, XVII, XVIII secolo, - Ferdinando Taviani, Mirella Schino – la casa Usher -  Parte prima - I. Lo spirito della Commedia dell'Arte (pagg. 77-79) 

Ringraziamo la Prof.ssa Schino per il permesso alla pubblicazione.


Su Vachtangov, Stanislavskij, il  Primo Studio del Teatro D’arte di Mosca (MChT), Sulerzickij, Jablonowski ecc trovi numerose documenti nella nostra rivista Il Quaderno di Nessuno


 

VACHTANGOV: come si saluta il pubblico

 

Il finale della Principessa Turandot

I.4. Gorcakov 1957

(pagg 77-79)

Princess_Turandot_-_1922_-_Pantalone_and_Tartalia.jpg
Evgenij Vachtangov in una Turandot del 1922

- E ora allineatevi tutti alla ribalta – disse Vachtàngov, interrompendo la musica sulla nota più alta.

Tutto il gruppo degli attori si alzò di colpo e si ritrovò istantaneamente di fronte al pubblico.

-Il testo della Monsurova: “Amo tutti gli uomini…” poi uscite tutti in fila, con passo ritmato, salutando il pubblico prima di sparire attraverso le quinte di proscenio. Canticchiate “la-la-la” sul motivo del galop mentre ve ne andate. Salutate, prendete congedo dagli spettatori… - ordinò Vachtàngov dalla sala – le maschere fanno ricadere il sipario e dicono la loro battuta: ”La rappresentazione della Principessa Turandot, favola di Carlo Gozzi, è terminata…” poi se ne vanno anch’esse attraverso le quinte di proscenio. Applausi! Il sipario si apre! Ebbene, che succede? Aprite il sipario!

Aprimmo immediatamente il sipario, ma gli attori, non sapendo cosa sarebbe successo, rimanevano disordinatamente sulla scena, nelle posizioni più casuali.

-Che succede? E’ così che vi congedate dal pubblico? Vi ho detto che la sala “applaude”. Nella sala si trova il pubblico. Vi ringrazia, saluta. E voi, voi vi affrettate a tornare a casa. Non volete congedarvi da lui – si irritò Vachtàngov – non lo sapete dunque? Finché l’ultimo spettatore non si è rimesso il cappotto e non è uscito in via Arbat è vostro ospite! Lo capite? E’ vostro ospite! E si trova per di più nella migliore stanza della vostra casa, nella sala del teatro! E voi, voi cominciate a spogliarvi davanti a lui. E’ sconveniente!

-Evgenij Bogrationovic, non sapevamo…- cercò di rispondere Zavadskij. – Non è affatto vero, lo sapevate molto bene! Voi capite perfettamente di che cosa parlo! L’ho notato da parecchio, in ciascuno dei vostri spettacoli. E sia nel Miracolo di Sant’Antonio che nel Matrimonio, voi accogliete gli elogi del pubblico, e cioè gli applausi, come dilettanti che si divertano a far teatro. Voi fingete, lo dico a ragion veduta, fingete una detestabile falsa modestia – sottolineò Vachtàngov – tenete le spalle basse, come se foste stanchi di aver recitato, con sorrisi di scusa sul viso: “Siamo così umili, così insignificanti, dicono i vostri sorrisi. Perché ci applaudite? Non l’abbiamo meritato…Non siamo degli artisti, siamo entrati nel teatro semplicemente così, per recitare un poco, e per quale motivo voi ci applaudiate, non lo sappiamo. Scusateci…”. Che ipocrisia, che incomprensione della responsabilità dell’artista di fronte al pubblico. Ma in realtà voi siete degli ambiziosi, sicuri di voi ed egoisti, infinitamente egoisti!

Una volta per tutte, che questo non si ripeta mai più tra le mura del nostro teatro! Bisogna essere capaci di venire a salutare il pubblico come in una parata militare, severi e solenni, in modo elegante e variato. Non bisogna fare sorrisi e riverenze all’intero teatro come fanno le ballerine, per loro è una tradizione ereditata, probabilmente, dal tempo di Luigi XIV, e sono rimaste là, a quella forma superata, per così dire feudale, dei rapporti scambievoli tra il pubblico aristocratico e gli artisti. Voi dovete avere il vostro modo di congedarvi dal pubblico, con dignità, rispettando tanto voi stessi che gli spettatori. Forse che Salvini, dopo aver recitato Otello, si permetteva di mostrare la sua “fatica”? Veniva a salutare, fresco e riposato, come se fosse pronto a recitare la sua parte ancora dieci volte, con la stessa passione e lo stesso temperamento, per il pubblico che lo amava. E come lo si acclamava: “Bis! Bis! Bravo!”. A voi nessuno griderà mai “bis”! Come far recitare ancora una volta (!!!) questi parenti poveri del teatro, questi disgraziati esauriti! A stento riusciranno a tornare a casa loro, poveri piccoli. Che vergogna!

Ora ripeteremo solo i saluti. Cento volte! Cento volte le maschere apriranno e chiuderanno il sipario. E mentre il sipario sarà chiuso voi, dietro di esso, dovrete cambiare posto. Istantaneamente! Talvolta saranno gli Zanni ad essere davanti, talvolta le Schiave, talvolta Adelma, talaltra…inventerete voi stessi! E sempre freschi e riposati, pronti a ripetere tutto lo spettacolo ancora cinque volte…se il pubblico lo desidera!

 

La preparazione dell’ultimo spettacolo di Vachtàngov

Quando, all’inizio del 1922, Vachtàngov mette in scena la Turandot di Carlo Gozzi, l’avvenimento si colora immediatamente come un simbolo. La prima dello spettacolo avviene di fronte a Stanislavskij e a tutti i grandi del Teatro d’Arte; negli intervalli Stanislavskij si reca personalmente ad informare Vachtàngov del successo: Vachtàngov infatti è costretto a letto, già prossimo alla fine. Dopo aver assistito allo spettacolo Stanislavskij gli scriverà: “Nei 25 anni di vita del Teatro d’Arte vi sono state poche vittorie simili a questa. Voi avete trovato quello che tanti teatri hanno cercato tanto a lungo e tanto vanamente”.

Durante il periodo delle prove Vachtàngov aveva cercato ogni mezzo per poter portare i suoi allievi in così breve tempo a quella precisa armonia che i comici dell’Arte raggiungevano attraverso un lavoro che durava a volte anni, commedia dopo commedia. Attraverso il lavoro sui dettagli tecnici (la scelta dei costumi, la scelta delle improvvisazioni o il perfezionamento del gioco scenico degli Zanni) Vachtàngov ritrova la Commedia dell’Arte come immagine di un teatro diverso, utopico, in cui gli attori appaiono, agli occhi dello spettatore che li ama, come gente che appartiene al suo stesso gruppo, alla sua stessa condizione, alle sue stesse origini, e che lavora e si prodiga per lui. Per questo assumono, per Vachtàngov, una particolare importanza i due momenti in cui il rapporto degli attori col pubblico trova una sua forma concreta, e cioè il primo saluto agli spettatori, all’inizio dello spettacolo, e gli applausi finali. Vachtàngov aveva detto ai suoi attori che nel teatro normale “ci si lascia scappare il momento più importante, il più solenne, quello dell’incontro dello spettatore con l’opera d’arte”. Nella Commedia dell’Arte, aveva proseguito, accadeva il contrario: “Tutto lì è subordinato al contatto dello spettatore con l’attore: già nella strada si invita il passante a venire a teatro. Sono altre leggi e tradizioni, non dilettantismo, non una concezione volgare dell’arte, non guitteria”. Anche gli attori della Principessa Turandot, in quanto nuova troupe teatrale “allevata dalle tempeste della rivoluzione” che si esibisce di fronte al popolo, devono inventare un nuovo atteggiamento verso il pubblico, appropriato a questa loro nuova dignità.

Il libro di Nikolaj Gorcakov su Vachtàngov si conclude con il resoconto di uno spettacolo in cui, effettivamente, esiste una perfetta sintonia tra palcoscenico e sala: la prova generale della Principessa Turandot recitata dagli allievi del Terzo Studio di fronte agli attori del Teatro d’Arte.